13 assassini - la recensione del film di Takashi Miike

21 giugno 2011
3 di 5

Era dai tempi di Graveyard of Honor, uno dei suoi capolavori, che Miike Takashi non si confrontava con il remake. E ora il prolificissimo regista nipponico lo fa nuovamente, scegliendo di dare oggi la sua personale lettura dello Jidai Geki...

13 assassini - la recensione del film di Takashi Miike

13 assassini - la recensione

Era dai tempi di Graveyard of Honor, uno dei suoi capolavori, che Miike Takashi non si confrontava con il remake. E ora il prolificissimo regista nipponico lo fa nuovamente, scegliendo di dare oggi, anno 2011, la sua personale lettura dello Jidai Geki: il film in costume del Sol Levante, spesso d'azione e legato al periodo feudale.
13 assassini è infatti il rifacimento di uno dei più celebri titoli di questo genere, l'omonimo diretto nel 1963 da Eiichi Kudo. La storia è quella della missione (suicida) di 12 samurai (cui si aggregherà un folle cacciatore di montagna) che hanno il compito di eliminare un folle, crudelissimo e sadico feudatario che mette a rischio la pax interna al paese faticosamente raggiunta e che, per il fatto di essere fratellastro dello Shogun, non può essere messo da parte attraverso il canale della politica e della diplomazia. Una figura negativa, sia detto per inciso, squisitamente miikiana nella radicalità della sua amorale perfidia.

Di fronte a uno dei generi fondanti del cinema del suo paese, Miike rinuncia alla stragrande maggioranza dei marchi di fabbrica del suo cinema (soprattutto quelli legati all'eccesso e alla bizzarria, ad un surrealismo filosofico), optando per uno stile mimetico e di grande eleganza formale, ma quasi statico e stanco nella sua - a volte ironica - ricerca del classicismo. Senza però dimenticare alla contaminazione con altri modelli, come quello (post)western di Quella sporca dozzina.
Nella prima, lunga parte del film - quella nella quale si inquadrano le premesse, si costituisce la banda e vengono delineate le sue caratterizzazioni e gerarchie interne nel corso del lento cammino verso il luogo previsto per l’imboscata - Miike pare quasi neutralizzarsi. Ma quando i 13 eroi, determinati e stoicamente coraggiosi, affrontano una battaglia interminabile contro 200 nemici, ecco che la sua fiammeggiante energia prende il sopravvento e il respiro epico del film trova i suoi spazi: attraverso la lotta e lo spargimento del sangue, Miike (fino a quel momento fin troppo ossessionato dalla ricerca dell'omaggio e dall'asservimento alla storia) ritrova sé stesso e il film raggiunge i suoi risultati migliori.
E' allora che 13 assassini infligge ai corpi dei suoi protagonisti infiniti colpi di lama affilatissima, e successivamente mette in parallelo la divisione delle carni e le morti con una cesura storica e la fine di una classe sociale.

Fondamentale, in questo senso, l'aggregarsi al gruppo dei samurai del personaggio folle e sconclusionato. Che non è affatto il contentino di Miike per il suo pubblico di riferimento, la concessione a quel che chi guarda i suoi film si aspetta da lui, ma una figura centrale nel ragionamento (storico e filosofico) portato avanti dal regista.
Un regista che sembra aver volontariamente castrato la sua visionarietà in maniera quasi masochistica, e che nel finale tenta il guizzo ad effetto con una comico-ironica esaltazione della rivolta, della follia anarchica, nel segno di un cambiamento che è già scritto e che comunque non può essere soddisfacente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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