10 giorni con Babbo Natale: la recensione

03 dicembre 2020
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Alessandro Genovesi riprende le fila del discorso di 10 giorni senza mamma, mantenendo con coraggio uno sguardo realistico e pragmatico sulle dinamiche familiari e mescolandolo alla magia e alla inevitabile retorica del Natale. La recensione di Federico Gironi.

10 giorni con Babbo Natale: la recensione

Ha del coraggio, Alessandro Genovesi. Oppure è pazzo.
Perché ci vogliono fegato o pazzia, al giorno d’oggi, per raccontare la storia che racconta in 10 giorni con Babbo Natale. Per dire - con pragmatismo e senza ideologia, senza adesione alle frange estreme del femminismo e senza però nemmeno essere patriarcato: ma sappiamo bene come di fronte a certi argomenti oggi la razionalità non conti, e il sangue vada al cervello per molto meno - che se si vuole avere una famiglia, e pure numerosa, bisogna fare delle scelte, e delle rinunce in altri settori della vita.
O comunque che la coperta, ci piaccia o non ci piaccia, è corta, e gestire lavoro e famiglia è un costante gioco d’equilibrio, un tirare un po’ di qua e un po’ di la, cercando di scontentare il meno possibile gli altri, i figli, e soprattutto sé stessi.

Basterebbe questo coraggio, o questa follia, per fare i complimenti a Genovesi, che nell’era della suscettibilità e degli integralismi ha semplicemente detto una verità semplice ma oramai indicibile, prestando ben più di un fianco agli attacchi femministi: perché se giustamente in 10 giorni senza mamma aveva richiamato i padri ai loro doveri familiari, qui racconta che per la sua protagonista Giulia (Lodovini) lavorare è importante e anzi fondamentale per la realizzazione di sé: ma anche che se fai i figli poi non puoi mica lasciarli a loro stessi stando fuori di casa per quindici ore al giorno, anche se a casa con loro c’è il “mammo”.
E attenzione: la questione, come sempre ricordato da Genovesi e il suo cast, non ha nulla a che vedere col genere: perché certe responsabilità ce l’hanno i padri tanto quanto le madri (e nel film precedente è toccato al Carlo di De Luigi fare delle scelte); e anche perché la storia del cinema è piena zeppa di film natalizi che facevano han fatto ravvedere uomini in carriera colpevoli di aver trascurato la famiglia.

La questione, alla fine, è la stessa di 10 giorni senza mamma, con l’aggiunta dell’elemento favolistico e natalizio incarnato da un Diego Abatantuono che si presenta come uno smemorato Babbo Natale, vestito come tale, uno a cui Carlo e Giulia fan giustamente fatica a credere, vedendo in lui solo un signore un po’ svitato di cui si fanno generosamente carico (dopo averlo investito).
La questione - sempre calata, come per il primo film, nel contesto di “una commedia commerciale leggera ma non cretina, e mai volgare,  che non sbraita e non diventa becera, e che ha cose da dire senza per questo voler salire su un piedistallo e arringare o giudicare, che parli di famiglia in maniera non ideologica e nella quale i bambini sono diretti come si deve”: ed è di nuovo un piccolo miracolo - è quella che riguarda le difficoltà concrete delle famiglie di oggi, nelle quali è facilissimo identificarsi, tra le difficoltà dei più piccoli, le crisi dell’adolescenza, le frustrazioni di chi il lavoro non ce l’ha (più) e i sensi di colpa di chi invece ce l’ha, e lo cura forse fin troppo, le crisi di adulti che sono solo “adolescenti coi capelli brizzolati e che pagano l’IMU” e che a fare i genitori devono continuare a imparare giorno dopo giorno, senza fermarsi mai e dare nulla per scontato.

A quella famiglia lì, allora, al netto della palese e mai negata rappresentazione e delle esigenze della commedia, ci credi eccome, e ti ci affezioni perché in lei rivedi quello che, in piccolo o in grande, vivi tu a casa tua tutti i giorni, tra gli sbrocchi dell’adolescenza e le derive più o meno ingenue e pericolose dei bambini, la fatica dell'esser genitore (ma pure le sue soddisfazioni), gli attriti di coppia, l’impazzire nel tentativo di dare i resti a tutti, la tentazione di mandare qualcuno a quel paese e il desiderio di stare uniti più di prima. E non succede mica sempre, col cinema e col cinema italiano in particolare, ricordiamocelo bene.
Merito di Genovesi, ma anche del suo cast, e di come viene diretto. De Luigi e Lodovini funzionano bene assieme, e assieme ai loro giovani protagonisti. De Luigi è divertente anche quando è solo, e con i bambini, ma il meglio lui e il film - in termini di divertimento puro - lo danno nei duetti con il Babbo Natale di Abatantuono, all’insegna di un'interpretazione e un’improvvisazione un po’ gigione ma di gran mestiere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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