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The French Dispatch: recensione del nuovo film di Wes Anderson in concorso al Festival di Cannes 2021

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Ispirato e dedicato a pezzi e firme storiche del New Yorker (ma ambientato in una Francia immaginaria e con citazioni di Tati, Renoir e molti altri), The French Dispatch è il film in cui per la prima volta Anderson sembra davvero privilegiare la ricerca formale alla sostanza narrativa.

The French Dispatch: recensione del nuovo film di Wes Anderson in concorso al Festival di Cannes 2021

Una cosa è certa: se non per altro, The French Dispatch passerà alla storia per essere stato il primo film inserito per due volte di fila nella Selezione Ufficiale del Festival di Cannes. Quella del 2020, nell'anno della cancellazione e del "bollino di qualità" voluto da Thiérry Fremaux, e quella dell'edizione 2021, dove è stato presentato in concorso.
Ma anche, forse, per essere il film in cui Wes Anderson ha definitivamente scavallato, dimostrando senza possibilità di smentita che la sua attenzione e il suo interesse, in questo momento, sono puntati quasi esclusivamente sulla messa in scena, con il racconto a fare unicamente da supporto alla voglia del regista di esplorare ed espandere le possibilità della sua inconfondibile cifra estetica.
In altre parole, The French Dispatch porta lo stile di Anderson al parossismo, estremizzando perfino il gioco sulle dimensioni fisiche e temporali già praticato nel precedente L'Isola dei Cani.
Le premesse sono note: The French Dispatch è una versione immaginaria del New Yorker pubblicata nell'altrettanto immaginaria cittadina francese di Ennui-sur-Blasé. Bill Murray ne é il direttore, Owen Wilson, Tilda Swinton, Frances McDormand e Jeffrey Wright alcuni dei suoi giornalisti: autori degli articoli che Anderson illustra per immagini (con la loro voce narrante) in altrettanti capitoli del film, che vedono protagonisti attori come Benicio del Toro, Léa Seydoux, Adrien Brody, Mathieu Amalric, Edward Norton e altri ancora.

Nei titoli di coda appaiono dediche a firme e nomi storici del New Yorker, e Anderson non ha mai fatto mistero di voler rendere loro omaggio con questo film, che in termini narrativi mescola in maniera curiosamente minimale echi dei Tenenbaum, di Moonrise Kingdom, di Grand Budapest Hotel, raccontando storie e personaggi classicamente andersoniani nei suoi capitoli.
I migliori, quello che vede del Toro nei panni di un pittore geniale ma rinchiuso in carcere psichiatrico, che ha nella secondina Seydoux la sua musa, e in seconda battuta quello in cui Wright è una sorta di James Baldwin impegnato in un reportage su un cuoco-poliziotto che diverrà una vicenda da polar.
E però, per quanto si senta, anche nella sceneggiatura, la voglia di fare di The French Dispatch un tributo a un certo tipo di scrittura, che ha chiaramente plasmato l'immaginario e stabilito i riferimenti del il suo autore, è impossibile non percepire tutto questo come accessorio rispetto alla ricerca di soluzioni estetiche e formali sempre nuove e più azzardate.

The French Dispatch è la dimostrazione definitiva che Wes Anderson non è più solo quello delle inquadrature simmetriche cantate dai Cani di Niccolò Contessa (e poi partono i Kinks). Non solo. Sempre di più, come già aveva mostrato nei suoi ultimi film, Anderson tende a sfruttare la profondità di campo nello stesso modo in cui utilizza gli assi orizzontali e verticali della sua inquadratura, portando così potenzialmente all'infinito le ricombinazioni delle scenografie e i movimenti dei personaggi, e facendo diventare la sua estetica non solo espositiva, ma quasi immersiva.
E, per movimentare le cose ancora di più, ai movimenti lungo i tre assi si aggiungono i continui passaggi dal colore al bianco e nero, e perfino un inserto in animazione tradizionale.

Nelle scene iniziali, e nella parte narrata da Owen Wilson, è palese che il riferimento di Anderson dal punto di vista formale è quello del cinema di Jacques Tati, via via più sfumato col procedere del film ma sempre presente sottotraccia, mescolato man mano a influenze nouvellevaguiane in alcuni casi (l'episodio con Frances McDormand e Timothée Chalamet) e a quelle del cinema di Jean Renoir in altri (quello con del Toro e Seydoux). E perfino con una spolverata di Jean-Pierre Melville (l'episodio culinar-giallo).
Peccato che questo evidente richiamo alla storia del cinema francese non sia qui supportato (e giustificato) da Anderson dalla forza dei contenuti, dell'umorismo e delle emozioni: per quanto gradevole, inventivo e affascinante, The French Dispatch rischia di essere un film capace di fornire argomenti sostanziali ai tanti che hanno sempre accusato il suo autore di un formalismo vanesio e un poco sterile.

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