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Il fuggitivo, i 25 anni del cult anni Novanta con Harrison Ford e Tommy Lee Jones

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"Non ho ucciso mia moglie." "Non me ne frega niente".

Il fuggitivo, i 25 anni del cult anni Novanta con Harrison Ford e Tommy Lee Jones

Chissà quanti di noi, in quel lontano 1993, sapevano o avevano notato che Il fuggitivo di Andrew Davis, interpretato da Harrison Ford e Tommy Lee Jones, era tratto da una serie televisiva. La serie in questione era intitolata "Il fuggiasco" e andò in onda negli States dal 1963 al 1967, ideata da Roy Huggins, con David Janssen e Barry Morse nei panni degli stessi protagonisti. Poco nota in Italia, la serie proseguì per quattro stagioni, registrando record di ascolti battuti solo molti anni dopo da Dallas. Costata 45 milioni di dollari, questa versione cinematografica realizzata per il trentennale del telefilm ne portò a casa ben 370, rivelandosi un grandissimo successo e uno dei film d'intrattenimento simbolo degli anni Novanta.

Nella relativamente semplice vicenda, il celebre chirurgo Richard Kimble (Ford) viene accusato dell'omicidio di sua moglie e condannato a morte. Per un colpo di fortuna, durante un trasporto su una camionetta blindata, altri detenuti organizzano un'evasione e lui ne approfitta per fuggire, innocentissimo. Uomo dalle mille risorse, sa di non avere che una chance: dimostrare la sua estraneità ai fatti rintracciando il vero responsabile nel quale si era imbattuto. C'è un problema: l'agente federale che deve riacciuffarlo, Samuel Gerard (Jones), è un'indomabile testa dura almeno quanto lui.

Il fuggitivo non è un film sottile, anzi: i suoi due protagonisti, tagliati con un'accetta spietata in sceneggiatura, recuperano sfumature grazie ai due attori che li interpretano. La psicologia del personaggio di Kimble è pressocché nulla: ci viene fatto capire chiaramente che è innocente, non c'è nessun distacco ambiguo dalla verità come nel quasi contemporaneo Le ali della libertà con Tim Robbins (da Stephen King). Vediamo flashback in cui Richard si batte con il vero assassino, ci disperiamo quando capiamo che alcuni dettagli vengono letti come prove di colpevolezza. Non potremmo essere che con lui, anche perché ha il volto dell'eroe per eccellenza del cinema americano in quel periodo, Harrison Ford (lo rimarrà ancora per qualche anno). Il Kimble del lungometraggio si avvantaggia molto del solito metodo fordiano: una recitazione semplice, essenziale, empatica, di pochissime parole e mai sopra le righe. Qualcuno ha tirato in ballo l' "innocente perseguitato" di Cary Grant in Intrigo internazionale, ma qui l'autoironia è bandita.

Dall'altra parte dello spettro, il Gerard di Tommy Lee Jones incute timore perché costantemente sopra le righe, fuori dal coro: sarcastico con la battuta improbabilmente pronta, è come il personaggio navigato di un western. Purtroppo per Ford, a bocca asciutta persino dopo A proposito di Henry (1991), attira l'attenzione dell'Academy più di lui, tanto da vincere un Oscar come miglior attore non protagonista. E' la prima e ultima volta che Tommy la spunta, ma arriva da una nomination per JFK e da due Emmy (uno sfiorato, l'altro vinto).

Il fuggitivo non è un film su antieroi o personaggi fallaci in cui immedesimarsi: Richard e Samuel sono due uomini straordinari allo stesso livello, accomunati dalla massima etica e professionalità con cui rivestono il loro ruolo nella società. Sono entrambi l'incarnazione della giustizia da ammirare, tanto che per lo spettatore il vero villain della situazione scade a puro McGuffin (ecco, citiamo sul serio Hitchcock!), cioè un escamotage narrativo per ottenere quella piacevole hollywoodiana conferma appunto della Giustizia. Siamo sicuri che Kimble ce la farà, ma la vera suspense è: riucirà a convincere Gerard? Perché alla fine Gerard se lo merita, e l'equilibrio rasserenante del vero cinema d'intrattenimento mancherebbe se Kimble gli sfuggisse e basta. Il fascino di questa scommessa è nella scena cult che sintetizza il film: perso nei tunnel di una diga, Kimble minaccia goffamente Gerard e si lascia andare in un disperato "Io non ho ucciso mia moglie!" La risposta dell'agente disarmato, sparata in faccia all'Harrison Ford eroe, rischiosa per un pubblico che parteggia a prescindere per lui, punta tutto sul rosso e vince: "Non me frega niente". Tagliare con l'accetta, si diceva: ma se sai farlo al punto giusto, l'albero casca giù fragoroso. Nessuna sorpresa se, cinque anni dopo, viene prodotto il sequel U.S. Marshals, usando proprio il Gerard di Tommy Lee Jones come protagonista.
Il fuggitivo è stato realizzato negli anni Novanta, ma porta ancora i valori di tanto cinema anni Ottanta: un concentrarsi sui personaggi e sulle loro dinamiche che arriva prima delle contorsioni narrative, tanto che, quando il film le azzarda negli spiegoni finali, si rischia il calo dell'attenzione, che non affonda solo grazie alla forza psicologica del gioco gatto-topo costruita poco prima.

Non abbiamo speso una parola per la regia di Andrew Davis, ma non perché sia inadeguata, quanto perché appunto non supera la sicura adeguatezza di una confezione di genere leggermente invecchiata. Il ritmo è alto, alcune soluzioni visive sono un po' stantìe (il ralenti in postproduzione imbarazza rivisto oggi). A livello tecnico però si erge alta la lezione del deragliamento iniziale, realizzato dal vero e con l'unico effetto visivo nella sovrapposizione di Ford davanti al disastro. Il lungometraggio porta a casa nomination anche per miglior film, fotografia, suono, montaggio, montaggio del suono e colonna sonora. Davis aveva iniziato con i b-movie e Chuck Norris, chiudendo l'anno prima Trappola in alto mare con Steven Seagal: non era materiale da Oscar? No, eppure il villain di quest'ultimo era... Tommy Lee Jones. Il percorso era segnato. Siamo dalle parti di un cinema che si adatterebbe a stento alla definizione più alta di "capolavoro", ma che di certo sa farsi ricordare per la qualità fiabesca di un'illusione etica degna dei vecchi western.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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