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I Goonies: 30 anni di un'infinita infanzia

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Il 7 giugno 1985 usciva nei cinema americani il film di Richard Donner

I Goonies: 30 anni di un'infinita infanzia

Rivedere a trent'anni di distanza I Goonies di Richard Donner (1985), film d'avventura per ragazzi su soggetto di Steven Spielberg (anche producer), significa intraprendere un viaggio nello stile narrativo del cinema hollywoodiano commerciale degli anni '80. Ciò non significa che I Goonies non riesca comunque a sintetizzare tematiche eterne in modo... eternamente apprezzabile! La storia vede un gruppo di ragazzini, capitanati da Mikey e suo fratello maggiore Brand, andare alla ricerca di un tesoro nascosto nella loro zona di Goon Docks, ad Astoria in Oregon (da lì il nomignolo "Goonies"): i dobloni e le gioie di un antico pirata sarebbero l'unica speranza di salvare le loro case da spregiudicati imprenditori.

Addentrandosi nella visione col senno di poi, colpisce per primo il look piuttosto cupo della fotografia: in realtà non c'è nulla di gratuitamente tetro, perché I Goonies comincia in una giornata di pioggia, quando viene naturale a un gruppo di ragazzini fantasticare chiusi in casa. Anzi, la loro fantasia evidente in una macchina di Rube Goldberg costruita solo per aprire un cancello, fa da contraltare perfetto al grigiore. L'aspetto fotografico curato da Nick McLean è grezzo, antecedente a quel compiacimento per una levigazione digitale dell'immagine.

 

 

Il secondo elemento che ci colpisce quasi subito è l'abbondante ricorso a volgarità e gag politicamente scorrette o pregne di humor nero, messe in bocca a minorenni: allusioni a droghe, insulti a base di "finocchio" e un impagabile "Sembra mio nonno quando fa la pipì: fa paura!" C'è persino un ammiccamento sessuale che riguarda la mamma di Mikey e Brand: in un film per ragazzi attuale cose del genere rimarrebbero fuori dal copione, per essere opportunamente relegate a vertigini scatologiche come Superbad, da vietare ai minori. Qui esondano, con un'enorme sincerità fedele all'atmosfera che realmente caratterizza quell'età, come chiunque è in grado di ricordare. Contribuiscono all'immensa tenerezza generale, perché sotto la patina sporca, con visioni horror tipiche del periodo (teschi, cadaveri nel freezer, il deforme e cerebroleso Sloth), I Goonies è un film leggerissimo e ingenuo.

Nella sostanza I Goonies è infatti un film per ragazzini, anzi sui ragazzini e su chi ricorda, o soprattutto rimpiange, quell'età. Nasce dallo Steven Spielberg post-ET, qualche anno prima che prendesse di petto Peter Pan in Hook: guardacaso sono qui presenti sia le biciclette come mezzo di libertà, quasi destrieri, sia una nave pirata nelle inquadrature finali. Viene sceneggiato da Chris Columbus, fresco del copione dei Gremlins che cita nei dialoghi, e in futuro regista di Mamma ho perso l'aereo e dei primi due Harry Potter. Si respira in ogni istante l'idea che l'avventura dei ragazzi sia un ricordo deformato con la fantasia di tante estati, vissute dagli autori e anche da noi, nella realtà o solo nell'immaginario (difficile distinguerli a quell'età).

 

 

Il messaggio è solido come una roccia, non invecchia: Mikey, che è il motore emotivo del racconto, a differenza del fratello più grande, è sospeso tra l'infanzia e l'adolescenza, e per lui salvare le abitazioni ha un'importanza morale. Si tratta, come lui stesso spiega, di mantenere unita l'amicizia e quindi l'identità di tutti, destinata a liquefarsi dopo l'eventuale diaspora post-sfratto, lontano dalle comuni radici geografiche. Si tratta anche di non disperdere il patrimonio mitico dell'infanzia, un mantra che nè SpielbergColumbus hanno mai dimenticato. Alcuni momenti toccano sul serio il cuore: l'importanza di lasciare le monete nel pozzo, perché "sono i desideri di qualcun altro e non i tuoi"; il bacio che la bella Andy rifila a Mikey al buio, credendo che sia Brand. Soprattutto, il discorso commosso di Mikey allo scheletro del pirata: "Ciao Willy, sono Mikey Walsh": vedere la propria immaginazione concretizzarsi, chi non l'ha mai sognato? Chi non ha smesso di farlo è diventato regista, o sceneggiatore.

 

 

Con onestà, bisognerebbe dire che oggi I Goonies non tiene del tutto: le minacce dell'ambiente sotterraneo per esempio sono più concrete di quelle della famiglia mafiosa Fratelli, più ridicola che comica, mentre alcune gag cadono nel vuoto, specie quelle del goffo scontro sulla nave; l'abbraccio finale sulla spiaggia è poi un'overdose di retorica buonista con complimenti reciproci fuori controllo. Eppure il film di Richard Donner è un documento, di un'epoca e del passato dei suoi stessi interpreti: Josh "Brand" Brolin era un credibilissimo fratellone, Sean "Mikey" Astin amava già l'avventura come l'avrebbe amata nei panni di Sam nel Signore degli Anelli. Altri sarebbero stati buffoni a vita, come Corey "Mouth" Feldman (lo si vede persino in questo video di Katy Perry), altri ancora avrebbero appeso i chili e la recitazione al chiodo, come Jeff "Chunk" Cohen, datosi alla produzione. Nessuno si ricorda più di Jonathan Ke Quan alias il piccolo inventore cinese Data: tra questo film e il precedente Indiana Jones e il tempio maledetto, può comunque vantarsi d'essere un'icona. Come Cyndi Lauper in colonna sonora, d'altronde.




 



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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