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14 vette: scalate ai limiti del possibile: noi stiamo sul divano con Netflix, Nirmal Purja invece no

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Imperdibile, lo trovate in streaming su Netflix, il documentario che racconta della straordinaria impresa di Nirmal Purja, alpinista nepalese che ha stabilito un record straordinario, conquistando in meno di sette mesi tutti e 14 gli 8000 metri del mondo.

14 vette: scalate ai limiti del possibile: noi stiamo sul divano con Netflix, Nirmal Purja invece no

Le massime imprese di noialtri appassionati di cinema e serie tv, che la sappiamo sempre lunghissima, e che tendenzialmente teniamo il deretano incollato al divano, possono al massimo decidere che film vedere su Netflix la sera prima che scada la mezzanotte, o stabilire un nuovo record di episodi visti nel corso di una singola sessione di binge watching.
Poi ci sono quelli che, invece di starsene comodi sul divano, o limitarsi a un’esistenza canonica e mediamente soddisfacente, o perfino di essere attivi e intraprendenti in maniera superiore alla media, decidono che la loro vita deve essere eccezionale. O meglio: che si sentono chiamati da imprese fuori dal comune, straordinarie, e che in un modo o nell’altro, fanno la storia. Una storia che poi viene raccontata e offerta comodamente impacchettata a uso e consumo di noialtri che stiamo a casa a guardare le piattaforme.
È il caso, per esempio, di un signore nepalese di 38 anni di nome Nirmal Purja, per gli amici Nims, ex militare delle Forze Armate Britanniche (anche nelle forze speciali: Gurkhas prima, e Special Boat Service  poi) che a un certo punto ha mollato tutto e deciso di dedicarsi solo all’alpinismo, e a un’impresa ai limiti della follia: scalare tutte e 14 le vette superiori agli 8000 metri del mondo in un tempo record: sotto i sette mesi. E la sua storia è raccontata in un documentario che si intitola 14 vette: scalate ai limiti del possibile (ma in originale fa 14 Peaks; Nothing in Impossibile, che è molto meglio) e che - tutto torna - trovate bello comodo in streaming su Netflix.

14 vette: scalate ai limiti del possibile - il trailer

L’impresa di Nirmal Purjia

Siccome siamo tra noialtri col sedere sul divano, temo che per comprendere bene la portata dell’impresa di Nims raccontata in 14 vette servano alcuni elementi di confronto.
Il primo uomo a scalare tutti e 14 gli Ottomila del mondo (che sono, in ordine di altitudine decrescente, l’Everest, il K2, il Kangchenjunga, il Lhotse, il Makalu, il Cho Oyu, il Dhaulagiri, il Manaslu, il Nanga Parbat, l’Annapurna, il Gasherbrum I, il Broad Peak, il Gasherbrum II e lo Shisha Pangma) è stato un italiano: Reinhold Messner. Il nome dovrebbe dirvi qualcosa.
Solo che Messner - che pure, va detto, ha completato la sua impresa senza l’uso di ossigeno - per scalate tutti e 14 gli 8000 ci ha messo 16 anni (l’impresa è stata effettuata tra il 1970 e il 1986). Ovvio poi che successivamente il record di Messner sia stato battuto, e prima di Nims il più veloce a scalare tutti e 14 gli 8000 era stato - pure lui senza ossigeno, ok - un sudcoreano di nome ​Kim Chang. Kim, però, ha completato l’impresa in 7 anni e 310 giorni. Sette anni e mezzo, diciamo.
Nims, lo dico di nuovo, e sì, usando l’ossigeno al di sopra dei 7500, ci ha messo meno di sette mesi. 6 mesi e 6 giorni, per la precisione, a cavallo tra l’aprile e l’ottobre del 2019.
Sette anni. Sette mesi. Fatevi voi due conti, mentalmente.

Intermezzo autobiografico

Essendo io uno di quelli col deretano bla bla bla, la cosa più vicina a un’impresa alpinistica che mi sia mai capitato di compiere è stato arrivare in cinema al Galdhøpiggen: che, come recita Wikipedia, "con i suoi 2.469 m s.l.m. è la cima più alta della catena del Jotunheimen e della Norvegia, nonché di tutto il Nord Europa".
Ci sono salito, a piedi, partendo da un rifugio che si chiama Spiterstulen, che sta a poco più di 1100 metri d’altezza: il che significa un dislivello di 1300 metri circa. Che, detto per inciso, per uno che pure aveva almeno una ventina d’anni di meno rispetto a oggi, ma che comunque tendenzialmente era sempre stato uno di quelli col deretano bla bla bla, non è esattamente una passeggiatina rilassante. Tanto per citare nuovamente Wikipedia, si tratta di "un'arrampicata tecnicamente molto facile ma comunque piuttosto faticosa. Ci vogliono quattro ore a salite e due a scendere".
Fatto sta che ricordo benissimo la fatica boia di arrivare in vetta, ma anche l’esaltazione una volta lassù in cima, il panorama che si vedeva, la sensazione di essere più in altro di qualsiasi altra cosa. E mi ricordo benissimo la sofferenza atroce della discesa, durata ben più di due ore, quando a un certo punto mi gettai a terra dicendo “Voglio un elicottero!”, e poi ancora la strada sbagliata, e il fango fino alle ginocchia, e finalmente, ultimissimo tra gli ultimissimi, l’arrivo al rifugio, e la soddisfazione del riposo, e la cena, e la bottiglia di grappa.
Tutto questo per dire che una cosa banale come questa qui che ho fatto io mi ha fornito, nonostante tutto, una base di esperienza e sensazioni per avere una vaga idea, in sedicimillesimo (anzi, in sedicimilionesimo), di quel che possa aver significato l’impresa di Nims.

14 vette: il film

Non so onestamente cosa, oltre a quanto fatto finora, sia davvero necessario dire su 14 vette: scalate ai limiti del possibile. Perché parlare di quello che si vede sullo schermo mentre si ha il sedere sul divano è un ulteriore grado di distacco dalla realtà fisica dell’impresa, che pure le immagini del film trasmettono benissimo.
Diretto da Torquil Jones, il film è composto in buona sostanza dalle immagini girate sulle montagne da Nims e dalla sua squadra, con un po’ di interviste nel mezzo (allo stesso Nims, alla sua famiglia, a Messner, a gente come Jimmy Chin, uno che oltre a essere un alpinista e un filmmaker - suo il capolavoro Free Solo - è anche il produttore esecutivo del film), e una sorta di narrativizzazione dell’impresa che, all’aspetto puramente - come definirlo?, sportivo? atletico? - dell’impresa mette in mezzo anche il rapporto di Nims con la mamma.
E però, vedere sullo schermo quelle immagini, quelle montagne, quelle imprese, e vedere e sentire - con le orecchie e con la pancia - la forza della determinazione fuori dal normale di Nims, la sua voglia di superare ogni ostacolo, e di rendere possibile l’impossibile (la sua impresa si chiamava, non a caso, "Project Possible"), è qualcosa di esaltante, esilarante, rinvigorente. Perché quando Nims dice cose come “abbiamo una vita sola: dobbiamo viverla”, o “devi chiederti se questa cosa è quello che vuoi davvero dalla vita”, o “quando pensi di essere fottuto sei solo fottuto al 45%”, e le dice mentre sta facendo quello che sta facendo, sbriciolando record su record (anche quelli stabiliti salendo in cima a Everest, Lhotse e Makalu nel giro di 48 ore, e compiendo la prima ascesa invernale al K2), beh, tu sai che quelle non sono frasette motivazionali del cazzo, se mi passate il termine.

Orgoglio nepalese

In effetti forse una cosa da sottolineare c’è. Una cosa che altrove potrebbe essere retorica, ma che qui, in questo caso, in 14 vette, non lo è affatto. Mettiamola così: le grandi imprese nella storia dell’alpinismo, quelle che riguardano gli 8000, prima di questa di Nims, sono state compiute da alpinisti europei, americani, in alcuni casi - come in quello di Kim citato - asiatici. Ma nessuno di questi grandi alpinisti, entrati nella storia, sarebbero riusciti nella loro impresa senza l’apporto fondamentale dei proverbiali sherpa nepalesi. Gente che portava pesi immani, sosteneva sforzi incredibili, apriva vie e mostrava passaggi.
L’Everest è stato conquistato per la prima volta nel 1953 dal neozelandese Edmund Hillary, in coppia col suo sherpa nepalese Tenzing Norgay, uno dei pochi sherpa a passare alla storia. E però, come dire: il povero Tenzing - come testimoniano delle immagini di repertorio dentro 14 vette - è quasi sempre stato considerato come una simpatica curiosità antropologica; il buon selvaggio al fianco del grande avventuriero anglosassone, per dirla in malo modo.
Nims è il primo nepalese a rivendicare coi fatti il ruolo della sua gente nelle grandi imprese estreme dell’alpinismo: e non a caso il suo team è composto tutto da connazionali. E, una volta compiuto il suo Project Possible, rivendica di fronte alle telecamere e alle macchine fotografiche e ai giornalisti, la portata della sua impresa, e dice chiaramente che, fosse stato un occidentale a riuscire nella la cosa clamorosa in cui è riuscito lui, l’eco di questa cosa sarebbe stata mille volte più grande.
E ha ragione a farlo, a dirlo. Viva il Nepal. Viva gli sherpa.

"Concludendo!"

In conclusione. Anzi, “Concludendo!”, come gridava Mike Bongiorno dalla vetta del Cervino (4478 metri) in una celebre pubblicità di fine anni Settanta di una grappa dal nome ambiguo: vedere 14 vette lascia a bocca aperta. E, sarò ingenuo, ma mi ha fatto riflettere sulla mia vita, sulle mie chiappe appoggiate sul divano, su quello che io nella mia vita non faccio perché ritengo per pigrizia o per paura “impossibile”, su cosa voglio davvero nella vita, che sì, è una sola. Che poi io decida di smuovere le chiappe dal divano fisico e metaforico di cui sto parlando, beh, è un altro paio di maniche. E però.
E però voi? Cosa farete?

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