Il Trono di Spade: Perché è finita nell'unico (e miglior) modo possibile

-
2038
Il Trono di Spade: Perché è finita nell'unico (e miglior) modo possibile

A volte (forse) aiuta non essere fan (abbreviazione, ricordiamo, di fanatico) e, pur appassionandosi, saper anche leggere tra le righe al di là del coinvolgimento emotivo che le serie contemporanee, così ben fatte, ci provocano, al punto che spesso ci affezioniamo ai personaggi come fossero nostri amici o parenti e soffriamo quando dobbiamo lasciarli. Ora, di questi tempi, sull'ultima stagione de Il Trono di Spade abbiamo letto di tutto e di più, per cui ci è venuto voglia di buttar giù questi appunti a caldo, dopo la visione dell'ultima puntata, sperando che abbiano dignità al pari degli altri di essere considerati e senza alcuna pretesa di essere tra i pochi ad aver colto "la verità" (e si è visto come sono finiti nella serie quelli convinti di possederla).

Intanto, siamo d'accordo su una cosa: sei puntate, per quanto più lunghe, erano effettivamente (troppo) poche e David Benioff e D.B. Weiss (che, è bene ricordarlo, sono sempre stati confortati lungo il loro cammino in solitaria dal buon George R. R. Martin) hanno dovuto fare i salti mortali per comprimere eventi e storie che nelle prime sette stagioni avevano sviluppato con assai più agio. Non ricordiamo se la scelta è stata fatta per lasciare liberi prima gli attori o altro, ma questo non ci interessa. Ribadiamo la delusione per l'episodio della battaglia (troppo buia) contro l'esercito del Re della Notte (dove la scarsa illuminazione ha aiutato le scene di massa in CGI), ma non ci si venga a dire che gli autori hanno tradito i personaggi. Questo può solo significare che, accecati dall'amore, si sono persi per strada i molti indizi che hanno disseminato fin dal primo episodio di quest'ultima, frettolosa stagione. Ma tornando al soggetto di questo commento, sul finale della serie la pensiamo esattamente come il buon Pedro Pascal, alias Oberyn Martell, che ha twittato "State zitti. È perfetto!".

Il fragore intorno all'evento impedisce infatti di ascoltare i pensieri e soprattutto il tono sommesso e malinconico di un esito che trasporta la serie dal regno del fantasy puro a un ritratto del mondo reale, del futuro che verrà e che molti di noi, probabilmente, stanno ancora aspettando. Dando per scontato che se leggete queste righe sapete già come è andata a finire, partiamo proprio dall'oggetto simbolo che dà il titolo alla serie: il Trono di Spade. La domanda tormentone, che molti giornalisti in questi mesi hanno posto anche agli attori, era proprio quella: chi si sarebbe dovuto sedere sul trono usurpato dai Lannister per regnare in modo pacifico e giusto? E via col trono-scommesse. La prima, potente affermazione degli autori è il momento in cui fanno fondere a Drogon, col calore delle sue fiamme, quello scomodo, fatale e minaccioso oggetto. Addolorato dalla morte della madre, il drago sembra comprendere che è quel desiderio ad averne decretato la rovina e lo distrugge. Il simbolo del potere viene liquefatto, non ci saranno più - com'è giusto che sia - re pazzi e crudeli regine a sedersi su quell'autentico simbolo di ingiustizia. Il nuovo re, chiunque sia, dovrà ascoltare e aprirsi a nuove possibilità.

Cosa hanno fatto Cersei e Daenerys se non volere tutto, convinte entrambe di essere nel giusto, una diabolica nel difendere lo status quo e i suoi privilegi, e l'altra pronta a fare il male peggiore, nella lontana visione di un futuro e utopistico bene comune? Indizi del carattere e della follia latente di Daenerys ce ne sono stati fin da quando è apparsa nella serie e per tutto l'arco del personaggio. Se Tyrion, Ser Jorah e Jon Snow avevano creduto e ceduto al suo fascino, così hanno fatto molti di noi e anche questo va a merito degli sceneggiatori. Se non ti affezioni ai personaggi, o se non li odi, non potrai mai comprenderne le debolezze, i tradimenti, o perfino il fatto che un mostro come Cersei possa essere capace di amore. L'inganno fa parte della narrazione e il narratore più capace è quello che sa manipolare il pubblico, che lo fa gioire ma anche infuriare.

Ma la parte davvero rivoluzionaria in questa malinconica puntata è proprio quella finale: chi resta a consigliare Bran lo Spezzato, il Re Storpio (per dirla con le parole non politicamente corrette di quel mondo), che conosce tutta la storia ma non ha certo la possanza fisica richiesta a un regnante? Una strana corte dei miracoli composta da un nano, un mercenario puttaniere, un ex contrabbandiere, una donna cavaliere che ha amato una sola volta e un intellettuale. A loro spetta il compito di ricostruire la civiltà, a coloro che, più o meno, nel mondo in cui viviamo, dominato da emuli dei re crudeli, sono i più disprezzati. È una parvenza di democrazia, quella che auspica Sam nel consiglio, preso in giro quando suggerisce che a scegliere siano tutti, ma è già qualcosa. Tyrion, il personaggio forse più umano, riceve un onore che è anche una punizione: deve di nuovo imparare a credere nella sua intelligenza e nella sua capacità di valutare quello che è giusto mentre sulle macerie del vecchio mondo si inizia a intravvedere quello nuovo.

Jon, che non ci aveva capito molto ("Tu non sai niente, Jon Snow"), ma sapeva che il potere avrebbe potuto corrompere anche lui, una volta finita la guerra, ha ucciso la donna che amava e resta vedovo per sempre. Lo vediamo oltre la Barriera, accompagnare i Bruti a casa, in una foresta senza più Estranei, dove dalla neve spunta una pianticella, perché l'inverno sta finalmente finendo. Arya, la donna senza volto che ha liberato il mondo dall'oscurità, l'impavida giovane guerriera, va in esplorazione per arrivare oltre i confini del mondo occidentale (alla faccia dei terrapiattisti di ieri e di oggi) mentre Sansa diventa Regina del Nord e conserva la sua indipendenza. Il futuro è ancora da costruire, ma le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono finite. Tra le sue pagine ci sono i grandi, i malvagi, gli eroi e non si fa nemmeno menzione di Tyrion perché il mito ha bisogno di re e regine defunti e non di interpreti secondari, ma la realtà comincia quando ci si siede intorno a un tavolo a pensare alle necessità più immediate della popolazione. Alla ricostruzione dopo la distruzione, alla terra da bonificare dopo il fuoco distruttore e anche, perché no, ai bisogni del corpo e a un nuovo esercito, perché le minacce non finiscono mai.

A noi sembra che David Benioff e D.B. Weiss abbiano scritto l'unico finale possibile per un fantasy che ha da un pezzo abbandonato i libri e si è immerso sempre più nella realtà e abbiano reso omaggio con quest'ultima puntata ai protagonisti di una storia che, come noi, sono a volte rimasti male per la loro inattesa e improvvisa dipartita o avrebbero voluto più tempo o scelte diverse. Nell'impossibilità di realizzare un finale alla Bandersnatch con migliaia di scelte a seconda dei gusti di un pubblico tanto vasto, hanno fatto quello che si sono sentiti di fare e ci hanno regalato una conclusione anche politica, la quale ci dice che tutto passa, che la guerra, gli amori, i torti e i dolori vengono spazzati via in un momento e che quando i malvagi non regnano più, ai buoni spetta rimboccarsi le maniche e magari sbagliare, ma di questo è fatta la nostra storia.

Se non vi è piaciuta la strada imboccata dagli autori inventatene una vostra con una fan fiction, o aspettate che il buon George abbia finito di scrivere i suoi libri, ma non sparate sugli autori. Noi siamo rimasti soddisfatti nonostante i bicchieri di Starbucks e le bottiglie di acqua minerale, i passaggi bruschi, le cose poco chiare, i non sequitur e i momenti WTF, e ora è tempo di tornare alla realtà. Dopo tutto, come ebbe a dire molti anni fa William Shatner ai fan di Star Trek, "Get a Life! It's only a tv show!".



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
Lascia un Commento
Schede di riferimento
Lascia un Commento