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Fauda: presentata alla Festa del Cinema di Roma la serie israeliana di Assaf Bernstein

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Un team delle forze speciali israeliane che opera sotto copertura in lotta conla famiglia di un terrorista palestinese di Hamas di nome Abu-Ahmed.

Fauda: presentata alla Festa del Cinema di Roma la serie israeliana di Assaf Bernstein

Uno dei due prodotti televisivi a far parte della selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma 2015 proviene da quell'Israele che, da anni, produce serie che gli americani poi replicano in patria: In Treatment e Homeland sono di certo i casi più famoso, ma si potrebbero citare anche altri titoli. E, in futuro, si potrà forse citare anche questa Fauda, la cui prima stagione (12 episodi da 45') è già andata in onda, con successo, in patria.
Ideata da  Lior Raz e Avi Issacharoff, che si sono ispirati alle loro reali esperienze sotto le armi durante il periodo di Leva, coordinata nella scrittura da Moshe Zonder e diretta da Assaf Bernstein (già regista del lungometraggio The Debt), Fauda si pone l'ambizioso obiettivo di raccontare il conflitto israeliano-palestinese sintetizzandolo nel confronto tra un team delle forze speciali israeliane che opera sotto copertura e la famiglia di un terrorista palestinese di Hamas di nome Abu-Ahmed, ma noto col nome di battaglia di Pantera.

Tutto ha inizio quando Doron, che aveva abbandonato la squadra 18 mesi prima, torna in azione perché Abu-Ahmed, che credeva di aver ucciso, è tornato in scena: e con la sua squadra tenta d'intercettarlo al matrimonio del fratello minore. L'operazione, va da sé è un fallimento che finisce nel sangue: un sangue che ne chiamerà altro, e così via, in una catena di vendette e rappresaglie che sembra non poter mai essere spezzata. Più chiaro di così.
La sfida più grande di Fauda (parola araba che significa “caos”) non era tanto la metafora della situazione attuale d'Israele, né ovviamente il suo proposito spettacolare, ma la dichiarata voglia di fare del “nemico”, dei terroristi palestinesi personaggi umani a tutto tondo, guidati dagli stessi sentimenti – positivi e negativi – che animano Doron e i suoi.
Non so se per gli standard israeliani questa operazione possa dirsi di successo, ma all'occhio di qualcuno che non vive da vicino e dall'interno quella tremenda realtà appare abbastanza ovvio che i due fronti vengono comunque raccontati con una certa parzialità che lascia l'amaro in bocca.

Più che gli intrecci narrativi e le caratterizzazioni dei vari personaggi, non particolarmente originali, o la regia di Bernstein, che usa uno quello stile sporco e nervoso che oggi appare un po' passato, quello che colpisce di Fauda è comunque il coraggio di raccontare qui e ora (o meglio, lì e ora) quello che si sta vivendo realmente, senza il filtro del tempo o quello della storia come siamo abituati a vedere a casa nostra e, in fondo, anche negli Stati Uniti.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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