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Curon, fra azione e soprannaturale, alla ricerca della propria identità: incontro con Lyda Patitucci

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Lyda Patitucci, una delle registe della serie Netflix Original Curon, ci racconta l’intensa esperienza fra le montagne e un lago evocativo, l’azione e una natura soprannaturale pronta a riprendersi la propria identità.

Curon, fra azione e soprannaturale, alla ricerca della propria identità: incontro con Lyda Patitucci

Un pomeriggio di pandemia, appena protetti dal sole estivo di Roma, ci permettiamo il lusso inusitato, mascherina e distanze d’ordinanza, di realizzare un’intervista dal vivo. Avete capito bene, incontriamo senza protezioni intra pixel una regista, atto rivoluzionario nell’era di Zoom. Non solo, di lag non se ne parla, perché la regista è Lyda Patitucci, esordiente in solitaria, ma ormai un’esperta di scene d’azione e di cinema di genere, pur essendo ancora giovane: giovanissima, per gli standard italiani. 

Per anni ha collaborato con Matteo Rovere, curando le sequenze d’azione in Veloce come il vento e Il primo re. Ora si è cimentata con la regia della serie Netflix Original, Curon, tutta italiana, in compagna di Fabio Mollo. Sette episodi ambientati nelle montagne della Val Venosta, Alto Adige, intorno allo splendido lago con un campanile sommerso da ormai settant’anni. 

Un progetto complesso, fra nevicate inattese e i tempi brevi della servilità, ma che ha lasciato un ricordo positivo in chi ne parla e ha partecipato alle riprese. Non fa eccezione la Patitucci, a cui si illuminano gli occhi e si accelera l’eloquio quando rievoca quei lunghi mesi, e i suoi compagni di ventura, come Fabio Mollo.

Ma non si vergogna a essere una donna specializzata nelle scene d’azione?

Ne vado fiera, come prima cosa di essere una donna. Amo molto un certo tipo di cinema che mi ha portato a volermi specializzare e studiare l’azione e il lavorare con effetti speciali, sia digitali e visivi che di scena. Ho avuto la fortuna di poterlo fare anche sul campo e la domanda è opportuna ma dovrebbe stranirmi, visto che trovo l’azione naturalmente femminile, amandola. Come spettatrice, poi, l’ho sempre amata e non credo di essere l’unica donna ad amare questi film e a volerli fare. Scontiamo nel cinema e nella televisione quello che in Italia scontiamo su tutti i fronti, a partire dalla politica, in cui le donne devono sempre sfondare una barriera di credibilità. Specie parlando da regista, con il compito quindi di dire ai vari reparti cosa devono fare.

Per la sua esperienza, secondo lei, è stato più complicato?

In certi momenti ci può anche essere, per assurdo, l’aspetto “esotico” di avere una donna che vuole fare azione, ma è il mondo del cinema in generale a essere abbastanza chiuso, per cui fai fatica comunque a ottenere fiducia. Ricordo i primi sopralluoghi in cui mi guardavo intorno e vedevo che i capi reparto erano soltanto uomini e mi chiedevo come fosse possibile. Poi la barriera di diffidenza si supera con il normale lavoro che dimostra se sei capace o meno. La differenza è il preconcetto iniziale e la tua energia va prima di tutto in quella direzione, togliendola al lavoro. Questo spreco è il dramma del nostro paese, ancora più grave se sei giovane. Una grande risorsa viene considerata un limite.

Rispetto allo stereotipo dell’autore che solitario si sveglia la mattina e crea sul set, a me sembra che il cinema di genere è maggiormente un lavoro di squadra, come dimostra nel suo caso l’utilizzo di seconde unità dedicate a scene d’azione, in cui il regista si affida a un occhio e una sensibilità diversa, meglio se complementare.

Credo sia così, aggiungendo un elemento proprio di molto cinema di genere: la necessità di molta preparazione, che lo rende ancora di più di gruppo e meno umorale. Dove c’è azione devi pianificare di più per ammortizzare i costi più alti dovuti a professionalità come gli stunt, la sicurezza, o gli effetti speciali digitali, che richiedono precisione, per evitare un ulteriore lavoro in post-produzione. Finora le seconde unità in Italia si usavano nelle fiction, per la necessità di girare più scene in minor tempo, mentre in altre cinematografie sono appannaggio delle sequenze d’azione.

Non capisco come possa essere una considerata una cosa puramente tecnica, quando mi sembra evidente che richieda grande fantasia, dovendoti immaginare qualcosa che non vedi, come gli effetti speciali aggiunti successivamente. A me sembra molto creativo.

Io lavoro molto con gli storyboard e le previsualizzazioni, sia appoggiandomi sui disegni che rendono chiaro per tutti quello che sarà il risultato, che usando altri film come punto di riferimento. Quello che amo in maniera viscerale è il fatto che devi inventarti come fare una cosa, soprattutto quando non ne hai esperienza diretta, e in ogni film cambia tutto. Non avendo poi una struttura produttiva già settata per queste cose, mi sento proprio come un mago, un artigiano che lavora degli ingredienti domandandosi come fare una scena. Ma alla base di tutto c’è tanto studio, spesso mi guardo making of e backstage per capire come sono state fatte determinate scene. Quando entro nei laboratori degli effetti speciali di scena, mi sembra di entrare dall’alchimista, sento il trucco, la magia del cinema che mi ha sempre emozionata.

Ha lavorato molto con Matteo Rovere

Il quale ha la caratteristica di essere un pioniere nelle sue avventure. Il primo lavoro che abbiamo fatto insieme è stato Veloce come il vento, la produzione era Fandango, ma lui sentiva l’esigenza di qualcuno che l’aiutasse a fare le scene delle corse in macchina. Ha dentro un grande fermento nell’inventare e capire come fare delle cose che fino a quel momento non erano mai state fatte, almeno in quel modo. C’è stata con lui un’unione di vedute. Io venivo da un periodo di studio in Spagna, dove il genere è più esplorato, e da quella scuola ho imparato questa maniera di pianificare e previsualizzare il lavoro, creando un visione comune con Matteo, proseguita poi con Il primo re, passando per i sequel di Smetto quando voglio, da lui prodotti.

Ora la sfida della regia in solitaria, con un paesaggio naturale che può ispirare come l’Alto Adige, ma anche la sfida del lavoro con gli attori, che non aveva mai esplorato.

È stato il fascino nuovo, la sfida più agognata. Per un regista il lavoro con l’attore è la parte più importante e più bella, raggiungi l’apice del percorso che porta a dare vita al personaggio, lo vedi nascere e lo crei insieme all’attore. 

La seconda parte, quella che ha diretto, prevede un crescendo con molti momenti dinamici e soprannaturali.

Gli attori sono stati messi molto alla prova, con momenti pieni di effetti digitali, ma anche cercando di effettuare il più possibile le scene d’azione con gli interpreti. L’apporto recitativo è ovviamente cruciale e più li fai lavorare insieme agli stunt più puoi curare l’espressività del momento. Un aspetto cruciale, che unisce i due ambiti. L’ambiente poi in Curon è protagonista, sapendo che girando in esterni dipendi dalle mutazioni climatiche. La realtà entra in scena, e il nostro lavoro è controllarla, non escluderla, tanto di imprevisti ce ne sono sempre. I personaggi si muovono soprattutto in esterni di montagna, creando continue sfide che ti rendono la vita più complicata, ma ti restituiscono tantissimo visivamente.

In che modo ha lavorato con l’altro regista, Fabio Mollo, per dare uniformità alla serie?

Ho avuto la grandissima fortuna di lavorare con Fabio Mollo, che ha diretto i primi quattro episodi, quindi è stato quello che ha dato la linea alla serie. C’è stata una comprensione, una collaborazione e una condivisione profonda, che non è sempre scontata ma fondamentale. La produzione, Indiana, mi ha chiamato con l’idea di mettere a disposizione la mia esperienza nella preparazione di tutta la serie, quindi da subito ho lavorato con Fabio, che ha una carriera più consolidata della mia, mentre per me è stata prima esperienza nella costruzione dei personaggi e la direzione degli attori. Avere Fabio accanto è stato per me una grande fortuna, ha fiducia negli altri e si affida tanto, penso che siamo complementari, e la mia esperienza da seconda unità mi ha facilitato nel mettere a disposizione di un altro regista le mie competenze, la mia creatività. 

Cosa l’ha colpita di più leggendo per la prima volta la sceneggiatura?

Banalmente, la storia. Leggendola mi veniva voglia, non solo di farla ma di vederla come spettatrice, che per me è il massimo a cui un regista può ambire quando si approccia a una storia che non ha scritto. Mi interessava moltissimo l’ambientazione; trovo sia una parte d’Italia molto poco raccontata e invece ha davvero tanto da dare. Essendo Curon un progetto internazionale, che si rivolge a tutto il mondo, l’opportunità di raccontare le alpi mi piaceva moltissimo. Mi è venuto poi il mal di montagna andandomene via, spero che vada bene questa prima stagione per poterne fare un’altra e tornare presto lì. Poi c’era naturalmente l’elemento soprannaturale, tipico delle storie che amo. 

Mi sembra che Curon sia più una storia orizzontale di fratelli, due addirittura gemelli, che di padri e figli.

Il rapporto tra fratelli è molto interessante e non così scontato nel racconto, perché non è sempre al centro come in questa storia. Qui ci sono due coppie di fratelli che specularmente si mescolano. Sono molti diversi, si intrecceranno in vari modi. I rapporti fra adulti e ragazzi vanno effettivamente più in parallelo invece che compenetrarsi. Io leggo tutta Curon come una serie sulla ricerca di sé stessi e della propria identità. Questo per i ragazzi, naturalmente, ma anche per gli adulti che, per aver già fatto delle scelte, devono anche confrontarsi con quello che queste scelte hanno comportato, perché ogni direzione che prendi nella vita ti porta a sacrificare una parte di te stesso. Negli adulti questa cicatrice richiede ancora di più un confronto, perché potresti scoprire che la parte di te a cui hai rinunciato ti avrebbe portato a vivere in una maniera diversa, migliore o peggiore.

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  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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