Zoran, il mio nipote scemo - recensione del film di Matteo Oleotto con Giuseppe Battiston

02 settembre 2013
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L'esordiente Oleotto ha il coraggio di raccontare un personaggio sostanzialmente antipatico e sgradevole, un po' stronzo, eppure – anzi, proprio per questo – carico di umanità.

Zoran, il mio nipote scemo - recensione del film di Matteo Oleotto con Giuseppe Battiston

Di una cosa, più di ogni altra, è necessario rendere merito a Matteo Oleotto, registra friulano da anni trapiantato a Roma qui alla sua opera prima. Quello di aver percorso, con Zoran - il mio nipote scemo, sentieri poco battuti dal cinema italiano contemporaneo, tanto in senso geografico quanto narrativo.

Ambientato nella provincia profonda di Gorizia, a due passi dal confine sloveno, raccontata con una pulizia di sguardo che non sfocia mai nella retorica neo- o post-realista, ma nemmeno cade nella trappola della caricatura grottesca, Oleotto ha il coraggio di raccontare un personaggio sostanzialmente antipatico e sgradevole, un po' stronzo, eppure – anzi, proprio per questo – carico di umanità.
Certo, è scritto che il cinico, bugiardo, egoista e alcolista Paolo Bressan cui Giuseppe Battiston regala anima e (soprattutto) corpo sia destinato ad una qualche forma di redenzione: ma a lungo sembra non poter o voler uscire mai dall’accidia malmostosa in cui lo troviamo, e anche nel momento in cui qualcosa cambia, non è di certo una di quelle trasformazioni ingenue e radicali che solo l’Ebenizer Scrooge di Dickens si poteva permettere.

È l’ebbrezza, comunque, la chiave interpretativa di un film che dichiaratamente è intriso dei vini friulani (tra i migliori d’italia), tanto nelle sue varianti allegre e spensierate quanto in quelle cupe e depresse. Zoran, film ebbro, procede ondivago e barcollante eppure caparbiamente determinato, attraversando fasi alterne e mutevoli come gli umori lunari del suo protagonista, pronto anche a fare spazio alla serenità via via meno rigida incarnata dal personaggio che gli dà il titolo, nipote niente affatto ritardato ma che in comune con lo zio Paolo ha una speculare inettitudine alle relazioni sociali.
Come da copione, il loro scontro si trasformerà in un incontro capace di arricchire, soprendere e via dicendo: ma non sono queste, più banali ed evidenti, le caratteristiche più rilevanti del film di Oleotto.

Pur non sempre adeguatamente strutturato, e non esente da scivolate figlie, sempre, dell’eccesso, Zoran nasconde note amare di una certa raffinatezza, sotto quelle più dolciastre dell’asse narrativo principale; tutte indissolubilmente legate al personaggio di Battiston e alla descrizione della provincia.
Paolo Bressan e il suo terroir sono luoghi di contraddizione fertile, di contrasti forti con sé stessi e col resto del mondo, microcosmi isolati e ostici ma paradossalmente aperti allo scambio e alla contaminazione, come un’osteria popolata di personaggi soli eppure legati gli uni agli altri e chi passa di là. Quel personaggio e quel mondo, quelle amarezze figlie della stanchezza e della frustrazione e quella possibilità che comunque è sempre lì all’orizzonte, Oleotto li racconta con una partecipazione sincera e carica di comprensione, eppure capace di una distanza oggettiva.

E Zoran, per rimanere nella metafora vinicola, non è certo un vino raffinato, equilibrato e importante, ma non è niente di meno di uno di quei bianchi sfusi ma sinceri, beverini e amarognoli che si fanno apprezzare proprio per la loro ruvida e conviviale identità.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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