Yves Saint Laurent - la recensione del film sul grande creatore di alta moda

07 febbraio 2014
2.5 di 5

Jalil Lespert ha presentato il film alla Berlinale 2014.

Yves Saint Laurent - la recensione del film sul grande creatore di alta moda

L’alta moda e il cinema hanno un rapporto consolidato da decenni, ma per la fornitura di abiti alle star, mentre gli affreschi sui grandi stilisti non hanno una storia altrettanto memorabile. Sarà magari per la difficoltà di dire qualcosa in più su abiti noti, che già inondano riviste, televisioni e di conseguenza il nostro immaginario?

Il biopic Yves Saint Laurent cerca di inserirsi in questo contesto, nobilitato da uno dei più creativi e meno omologati stilisti degli ultimi decenni. YSL -così è diventato leggenda, con una sigla, come i grandi presidenti- era nato a Orano, nell’Algeria francese. Una nota sempre da tener presente avvicinandosi alla sua vita e che Jalil Lespert utilizza fino in fondo per caratterizzare un ragazzo di grande timidezza, che non si sentiva mai pienamente a suo agio nei salotti della Parigi più ricca, figlio di una famiglia borghese di pied-noir (per l’appunto i francesi d’Algeria), cresciuto circondato da tante figure femminili a coccolarlo, a proteggere la sua grande sensibilità e la sua omosessualità in una terra non propriamente tollerante al riguardo.

I vestiti sono la sua passione, però, allora arriva molto presto a Parigi dove inizia a lavorare per la mitica casa di moda fondata da Christian Dior, finendo presto per diventare assistente e pupillo e poi, alla sua morte, direttore artistico. La sua prima sfilata è un successo trionfale, in un mondo in cui l’alta moda è ancora un circolo esclusivo per pochi ricchi amanti del bello e qualche giornalista. Il suo successo lo porterà presto a rischiare l’ignoto, ad aprire una sua linea di abiti, affrontando la sfida del Prêt-à-porter e l’apertura dei primi negozi.

Una scommessa vinta grazie all’amore di una vita e razionale anestetizzatore dei suoi eccessi, il paziente Pierre Bergé, interpretato dal Guillaume Gallienne di Tutto sua madre, che in un ruolo così diverso dimostra la sua versatilità.

Un film che asseconda la struttura tradizionale di tanti affreschi biografici, perdendosi nel voler raccontare un arco temporale molto ampio, con il periodo di crescita, la fulminea ascesa sull’onda di un talento fuori dal comune. In seguito il carattere cambia e cede agli effetti collaterali del successo, poi la parabola discendente, legata in questo caso alla salute di un ragazzo troppo gracile per andare in guerra nella sua Algeria, diventato poi un adulto mai cresciuto fino in fondo.

Il limite dell’onesto affresco di Jaspert è quello di non far risaltare in pieno la peculiarità di YSL, il protagonista sarebbe potuto essere un musicista o uno scrittore e sarebbe cambiato poco. La sensazione è più quella di un prodotto di ampio consumo che di un abito firmato.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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