Yo Yo Ma e i musicisti della Via della seta: la recensione del documentario sulla musica che unisce i popoli

24 novembre 2016
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Un'orchestra che suona il ritmo dell'impegno umanitario.

Yo Yo Ma e i musicisti della Via della seta: la recensione del documentario sulla musica che unisce i popoli

Fare del bene non è una cosa semplice. Portare avanti una causa umanitaria nell’era della comunicazione globale vuol dire avere un’agenda piena di numeri di telefono di governanti e persone che contano. Come George Clooney o Angelina Jolie, il violoncellista Yo Yo Ma è di casa a braccetto dei grandi del mondo, per cui ha spesso suonato in privato. Questo gli permette di mettere a frutto la sua notorietà per veicolare il potere universale della musica, capace di far comunicare in un attimo popoli di tradizioni, culture e lingue differenti.

Sono quindici anni che Yo Yo Ma ha creato il Silk Road Ensemble, ripercorrendo idealmente, sul pentagramma, le tappe della prima comunicazione fra continenti. A raccontarlo ci pensa ora con un documentario il regista premio oscar per 20 Feet from Stardom Morgan Neville, autore anche del gustoso Best of Enemies.

Yo Yo Ma e i musicisti della via della seta segue le storie personali di alcuni degli oltre 50 artisti che costituiscono il composito collettivo: cantanti, musicisti, copositori, strumentisti. Si ritrovano con scadenze periodiche, in vari posti del mondo, per aumentare l’intesa musicale, contruibendo allo stesso modo, un mattoncino per volta, al mantenimento di tradizioni secolari come l’oud arabo, la pipa cinese e il kamancheh persiano. Un film che dimostra come proprio chi ha lasciato il proprio paese, magari da giovane e per molti anni, è poi il primo a rientrare e tener vive ricchezze culturali uniche al mondo. Il ritmo è travolgente, non solo quando è la musica protagonista, ma anche quando Neville segue alcuni di loro: l’irrefrenabile Cristina Pato, che ha sfidato le convenzioni tradizionali della cornamusa galiziana, finendo nel mirino dei tradizionalisti dello strumento; il siriano Kinan Azmeh, il cui lavoro nei campi profughi che accolgono i suoi sfortunati connazionali in Libano è commovente; Kayhan Kalhor, costretto ad allontanarsi dal suo Iran per non sottostare al regime, con le speranze date dal nuovo governo vanificate presto.

Una carrellata di realtà e personaggi molto diversi, utili a farci affezionare alle loro storie, spesso provenienti dal sud del mondo. Incredibile notare come l’arte sia vista spesso come un nemico: per la sua libertà irrefrenabile e la capacità di parlare un linguaggio universale. Allo stesso tempo è la maggiore speranza per la (ri)costruzione di un governo mondiale che possa magari avere la stessa magia di questa curiosa orchestra. Vederli parlare lingue diverse, provare a capirsi a gesti, per poi intendersi in un attimo suonando ognuno il proprio strumento, spesso lontani migliaia di chilometri e di esperienze, è la toccante rivoluzione che Yo Yo Ma cerca di far partire, partendo dalla più antica e rimpianta delle vie di comunicazione.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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