Yattaman - la recensione del film di Miike Takashi

26 gennaio 2011
3 di 5

Tutta una generazione che ha subito un imprinting indelebile da parte degli anime nipponici – ed ancor di più quella fetta che nel corso degli anni successivi si è ammalata di cinefilia – attendeva con impazienza il debutto nelle sale di Yattaman.

Yattaman - la recensione del film di Miike Takashi

Yattaman - la recensione del film di Miike Takashi

Tutta una generazione che ha subito un imprinting indelebile da parte degli anime nipponici – ed ancor di più quella fetta che nel corso degli anni successivi si è ammalata di cinefilia – attendeva con impazienza il debutto nelle sale di Yattaman.
I primi per vedere sul grande schermo e in carne ed ossa i protagonisti di un cartone amatissimo per la sua demenziale follia e per una pruriginosità mai celata; i secondi anche per vedere cosa ne avrebbe fatto uno dei registi più irregolari, complessi e visionari del cinema contemporaneo, quel Miike Takashi che alterna senza soluzione di continuità generi, stili, toni, contenuti.

Se già sulla carta lo spirito immaginifico e iconoclasta di Miike, la sua straordinaria capacità di leggere, riprodurre e interpretare il pop, venandolo di sfumature inedite e inconsuete, facevano presagire un connubio poco tribolato, non si rimane più di tanto sorpresi nel vedere come il regista abbia trattato l’anime della Tatsunoku con una fedeltà che si può definire senza timori rigorosamente filologica.
Dagli ambienti al look di personaggi e robot, passando per spirito e caratterizzazioni, lo Yattaman live-action movie ricalca perfettamente l’anime televisivo: anche attraverso un lavoro su scenografie, costumi ed effetti speciali in CGI che mirano ad un annullamento pressoché totale delle differenze percettive tra il reale e il virtuale, tra i corpi e l’animazione.

Peccato che anche nei ritmi Miike sembri aver voluto ricalcare il modello originale: più che un racconto coerente e strutturato, il film pare infatti mirare a ricalcare l’assemblaggio di più episodi di formato televisivo, con il risultato di far proporre un costante alternasi di climax che tentano di superarsi ogni volta.
Se nelle intenzioni il progetto è coerente, nello sviluppo – e in 111 minuti di durata – rischia di stancare assai presto lo spettatore che non vuole solo divertirsi a cogliere i dettagli e le citazioni, a fare un tuffo nel passato di un’infanzia che ritorna prepotente.

Ma anche quando pare fotocopiare, Miike non rinuncia quei micro-tratti che fanno la differenza, che non richiamano tanto il Neo Pop quanto una dichiarazione di poetica coerente e programmatica.
Che la fantasia positivamente malata del regista sia in grado di regalare qualche momento visivamente metafisico che apre squarci ben più ampi e profondi di quelli spaziotemporali della pietra Dokrostone non soprende. E sbaglierebbe chi sottolineasse soprattutto come dal punto di vista tematico, Miike abbia calcato la mano sul sottotesto erotico e sensuale dell’anime: perché l’ha fatto in misura assai limitata, e perché passa evidentemente in secondo piano rispetto alla ricerca del pathos sentimentale e amoroso che è la vera chiave tematica del film.

E pur ripetitivo e ostentatamente ludico, Yattaman rimane così venato da una tensione astratta e fantastica e da una malinconia sottile ma spiazzante, che non lo elevano al pari dei migliori lavori del suo autore ma lo salvano senza dubbi da una banalità semplicista e unicamente nostalgica.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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