X-Files voglio crederci, la recensione del film

01 settembre 2008

Dieci anni dopo il primo spinoff cinematografico di X- Files, e 6 dopo il termine della serie, Chris Carter rimette mano alla sua fortunata creatura e riporta Mulder e Scully sul grande schermo per una nuova avventura...post pensionamento.

X-Files voglio crederci, la recensione del film

X-Files voglio crederci, la recensione del film

E’ sempre difficile trasportare al cinema la magia e il seguito affezionato di fan generati da una serie tv. Soprattutto quando la serie è finita da un pezzo, dicendo più o meno tutto quel che aveva da dire. E poi c’è sempre l’annoso problema che si riscontra in questi casi: se si strizza troppo l’occhio ai fan ci si gioca il pubblico occasionale, ma se si concede troppo alla commercialità del prodotto, gli appassionati si risentono. Confessiamo di aver atteso con una certa curiosità X-Files-Voglio crederci, scritto (assieme a Frank Spotnitz) e diretto proprio dal creatore della serie, Chris Carter. Quando un autore ha voglia di rivisitare il proprio passato, che sia il Joss Whedon di Serenity (da Firefly) o il Michael Mann di Miami Vice, è quasi sempre segno che – stilisticamente o contenutisticamente –c’è qualcosa di nuovo da dire. O almeno così dovrebbe essere, soprattutto quando è passato qualche anno e c’è il distacco necessario per tornare sui propri passi.

Questa lunga premessa è necessaria per spiegare le perplessità suscitate dalla visione di X-Files – Voglio crederci. Pur senza accodarci al carro degli stroncatori feroci del film (ce ne sono di ben più “degni” di un simile livore), quello che ci ha colpito è che gli autori abbiano deciso di scegliere molte tracce narrative, mettendo una marea di carne al fuoco, senza riuscire a portarla a perfetta cottura. Personalmente abbiamo apprezzato che nel film, inteso come uno stand-alone, non si parli di alieni e cospirazioni, ma il fatto è che nel tentativo di fare un film politically incorrect Carter sceglie non una, ma un sacco di possibili trame: dai preti pedofili al traffico di organi, al conflitto tra fede e scienza. Questi temi finiscono per confondersi e contraddirsi a vicenda senza creare una traccia narrativa solida e coerente.

Negli anni, sembra che il rapporto di Scully e Mulder col mondo esterno e con loro stessi si sia decisamente incupito. E' assente quasi del tutto l'ironia con cui Mulder sdrammatizzava anche i momenti più drammatici delle prime stagioni della serie, con l'eccezione di una gag divertente dedicata all'immancabile George W. Bush. I due sono persone in crisi in un mondo senza pietà, in lotta con i propri fantasmi e con seri problemi di adattabilità alla società contemporanea. Ci sembra questa la chiave di lettura più interessante di un film che punta molto sul pessimismo di fondo dei suoi protagonisti, invecchiati e provati dalla vita, incapaci di gestire un rapporto che potrebbe farli star bene e amareggiati dalla bruttezza del mondo. Mulder e Scully sembrano oggi due veterani di guerra, trasportati fuori dalla fiction e affetti da sindrome da stress post-traumatico. La nostra è davvero una società orribile per Chris Carter. E questo riesce a comunicarcelo benissimo, a dispetto delle trame farlocche e mal gestite.

Convincente l’attore scozzese Billy Connolly nei panni del prete, inutili e dimenticabili i personaggi di Amanda Peet e del rapper Xzibit. Ma David Duchovny e Gillian Anderson, lassù sullo schermo, fanno ancora la loro bella figura. Per la gioia dei fan e con buona pace degli spietati detrattori del film.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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