Wuthering Heights - la recensione del film di Andrea Arnold

06 settembre 2011
2.5 di 5

Al terzo lungometraggio dopo Red Road e Fish Tank, Andrea Arnold decide di cimentarsi nell'adattamento di uno dei più celebri romanzi dell'età vittoriana, il Cime tempestose di Emily Brönte.

Wuthering Heights - la recensione del film di Andrea Arnold

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Wuthering Heights - la recensione del film di Andrea Arnold


Al terzo lungometraggio dopo Red Road e Fish Tank, una regista nota per la capacità di lavorare sui personaggi femminili come Andrea Arnold decide di cimentarsi nell'adattamento di uno dei più celebri romanzi dell'età vittoriana, il "Cime tempestose" di Emily Brönte.

Di certo va riconosciuto come la regista inglese sia riuscita nel non facile tentativo di centrare un doppio obiettivo: da un lato il tornare il più possibile alla radice del romanzo, dall'altro a realizzare un film che regalasse uno sguardo sentimentale e cinematografico diverso da quello cui siamo stati abituati nel corso dei decenni.
Le pagine della Brönte sono quindi ridotte alla loro scarna essenzialità, e tradotte in un linguaggio visivo non convenzionale a partire dalle scelte di formato (il 4:3), basato su una nervosissima nonché snervante camera a mano che segue i gesti spesso silenziosi di protagonisti quasi mai ritratti in maniera limpida e completa, sulle digressioni continue e spesso metaforiche sui paesaggi aspri e brulli dello Yorkshire che fanno da cornice alla vicenda di Catherine e Heathcliff.

Così facendo la Arnold fa del suo Wuthering Heights un film ruvidissimo, che ribalta la concezione iperromantica del materiale di partenza per concentrarsi sul lato malato, rabbioso e ossessivo dell'amore che racconta, mostrandolo come dipendenza, ansia di possesso, tarlo che rode e annulla. Come forza distruttiva che rende Heathcliff un personaggio ai limiti del negativo, seppur aizzato da una Catherine ondivaga e incapace di accettare la sfida che lei stessa si è andata a cercare.

Questa forza, che poi è quella del film, viene però troppo spesso dispersa e attutita da un'eccessiva costruzione registica che solo se gestita con maggiore attenzione avrebbero contribuito alla causa della Arnold, e da un'estrema dilatazione che sa di stillicidio. Allora Wuthering Heights finisce col risultare troppo schiavo della sua forma e delle sue ambizioni, riecheggiando nel vuoto di una struttura (pur volutamente) smantellata, troppo sfacciatamente cupo e aggressivo per permettere di conquistare appieno il cuore e gli occhi dei suoi spettatori. E, in fondo, mai davvero nuovo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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