Wolf Creek 2 - la recensione dell'horror australiano

03 settembre 2013
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Dopo 8 anni torna nel sequel dell'horror australiano il sadico cacciatore di esseri umani

Wolf Creek 2 - la recensione dell'horror australiano

Come scriveva Stephen King nel suo periodo d'oro, a volte ritornano. E nel cinema horror il ritorno, inteso come sequel, è più la regola che l'eccezione. Se spesso se ne potrebbe anche fare a meno, Wolf Creek 2, che arriva ben 8 anni dopo il primo film, è uno di quei casi in cui non ci si limita a ripetere stancamente la formula di un originale di successo ma lo si supera in inventiva.

Nel 2005 Greg McLean, ispirandosi al caso di un vero serial killer, predatore di giovani turisti negli sconfinati spazi australiani (i cosiddetti backpack murders), dirige un film che è una versione autoctona di Non aprite quella porta. Al posto di Leatherface e della sua famiglia folle e cannibale c'è un imponente cacciatore redneck chiamato Mick Taylor, in apparenza servizievole coi ragazzi le cui auto restano bloccate da un misterioso campo magnetico nei pressi del gigantesco cratere (strani fenomeni accadevano anche in Picnic a Hanging Rock di Peter Weir, primo film del protagonista John Jarratt, citato nel finale del primo Wolf Creek). Nell'antro del lupo, che si spoglia ben presto della pelle di agnello, le vittime subiscono inenarrabili torture, rese più atroci dalla paralisi cosciente provocata dall'abile estrazione della colonna vertebrale.

Se il primo film era disturbante ma anche troppo serio e convenzionale, il tempo passato ha concesso al cinefilo McLean di trovare le giuste motivazioni per rendere il sequel più eccitante e divertente, senza incamminarsi sulla prevedibile strada del torture porn. Il regista costruisce un road movie denso di omaggi, sempre carico di tensione ma alleggerito da un sottile umorismo nero. Dopo un inizio folgorante e cattivissimo, Mick Taylor si trova ad inseguire una preda che continua a sfuggirgli, prima col suo pickup, poi con un tir e infine addirittura a cavallo. L'horror diventa action, si trasforma in chase movie e addirittura in western con inquadrature rubate a Sergio Leone e John Ford, per tornare spaventoso nel finale.

A differenza di quanto accade in genere in questo tipo di film, i personaggi vengono approfonditi e sviluppati. Mick Taylor è il campione di una xenofobia che ha profonde radici storiche, paladino di un'identità australiana estrema e intollerante. E' il volto nero di mr. Crocodile Dundee, un uomo folle e malvagio che per una volta concede (forse) al topo con cui sta giocando, proveniente dall'odiata Inghilterra, la possibilità di restare in vita se darà le risposte giuste in un sadico game show sulla storia e la cultura del paese che ha “invaso”. McLean si diverte a rovesciare gli stereotipi nel loro esatto contrario, creando l'archetipo di un maniaco cinematografico saldamente innestato negli spazi di un territorio sconfinato, che lo ha generato e che nutre la sua fame con indifferente generosità.

C'è di tutto in questo film, incluso il classico antro pieno di vittime ancora in vita o putrefatte. Manca, fortunatamente, la noia. Il merito va alla regia di McLean e alle performance del giovane Ryan Corr e dell'incredibile John Jarratt, capace di dare vita a un maniaco carismatico e unico nel suo genere, che ci farebbe piacere ritrovare in altre (previste) avventure.

Wolf Creek 2
Il trailer italiano del film in esclusiva


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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