Whitney: la recensione del biopic musicale sulla grande cantante

22 dicembre 2022
2.5 di 5

Una storia biografica che veleggia nel corso di tutta la vita professionale di Whitney Houston una delle più straordinarie voci della canzone americana. Un ritratto senza guizzi se non gli acuti della cantante. La recensione di Mauro Donzelli.

Whitney: la recensione del biopic musicale sulla grande cantante

“Io la faccio lenta”.
Una frase apparentemente capricciosa - riferita al ritmo con cui cantare una canzone - che nasconde l’onnipotenza tecnica degli anni di maggior gloria di una delle interpreti della canzone americana più sbalorditive di sempre, raccontata nel biopic Whitney. Il sottotitolo, Una voce diventata leggenda, oltre a sintetizzare bene la retorica dell’operazione, serve a distinguere questo Whitney da altri ritratti prodotti negli ultimi anni, almeno uno dei quali, il documentario diretto da Kevin Macdonald, decisamente più convincente. 

Sono quasi tutti intitolati semplicemente Whitney, come a rendere chiara subito la volontà di raccontare la persona al di là dell’artista. Volontà quindi anche di questo film di Kasi Lemmons, che ha potuto utilizzare con grande abbondanza canzoni ed esibizioni della Houston in questo biopic che, più che illuminare la profondità di Whitney, con le sue fragilità e debolezze utilizzate con la meccanicità senz’anima di ostacoli per l’eroina da manuale di sceneggiatura, ripropone la grandezza della signora Houston, la meraviglia della sua voce. Non a caso si conclude con l’apice riconosciuto da molti della sua carriera, l’esibizione agli American Music Awards del 1994 in un medley proibitivo per qualsiasi altra ugola.

Whitney Houston è stata una delle cantanti pop più grandi di ogni epoca. Su questo non c’è dubbio. Una serie di record l’hanno resa una stella assoluta molto rapidamente, probabilmente la prima artista nera adorata anche da tutti gli americani senza distinzioni. Tanto che all’inizio dovette lottare contro la definizione di “oreo”, nera fuori ma bianca dentro, mossale da alcuni. “La tua musica non è abbastanza nera”, le veniva detto, oppure “ti sei svenduta”. L’ovvia risposta è sempre stata che la musica non ha colori e neanche limiti. Quelli di Whitney il film, invece, al contrario dell’estensione vocale della cantante, sono presto evidenti. 

Nelle sue due ore e mezza di durata percorre pedissequamente, come in una sinossi dettagliata, tutti gli avvenimenti e i maggiori successi della Houston, enumerati uno via l’altro con superficialità. Non stupisce, quindi, vedere che la sceneggiatura sia stata scritta da quell’Anthony McCarten che ci ha deliziato ne L’ora più buia, molto meno ne La teoria del tutto, ma che è l’artefice di un altro simile soufflé musicale poco riuscito, Bohemian Rhapsody. Due ritratti figli dell’era degli highlights visti su YouTube, in cui regna la performance dimenticandosi della necessità di scavare e rielaborare propria del cinema.

"Ogni canzone è una storia", rivendica a un certo punto la Houston. Peccato sia proprio quanto Kasi Lemmons e McCarten non riescono a proporre agli spettatori, che si ritrovano un juke box ovviamente di gran lusso, per la qualità delle canzoni e dell’interprete, ma certo si sente la mancanza delle storie, al plurale, ma soprattutto di quella della protagonista stessa, pur interpretata con lodevole applicazione e talento da Naomi Ackie, alle prese con una sfida impossibile. Whitney non spiazza ma conferma, rassicura. È già qualcosa, ma poteva essere molto di più. Rimane molto terreno e prosaico, neanche sfiorando la poesia di una divinità della musica dei nostri tempi.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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