Where to Invade Next: la recensione del nuovo documentario di Michael Moore

17 febbraio 2016
3.5 di 5
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Un divertente viaggio per l'Europa alla ricerca di nuove idee per l'America.

Where to Invade Next: la recensione del nuovo documentario di Michael Moore

Il provocatore Michael Moore non aveva molte altre possibilità che emigrare, per realizzare il suo nuovo film, Where to Invade Next. Dopo aver denunciato ogni possibile stortura interna al sistema americano, dall’uso delle armi alla sanità, il suo faccione incorniciato dal consueto berretto da baseball, è diventato un nemico pubblico in ogni istituzione o società.

Il suo dirompente ingresso sulla scena del cinema internazionale, che così brillantemente aveva generato gli anticorpi radicali alla presidenza Bush, con Bowling a Columbine e Fahrenheit 9/11, aveva da anni lasciato spazio a una certa stanchezza, perdendo l’antagonista principale. Avevano poco convinto Sicko e Capitalism: A Love Story, tentativi di trovare un nuovo sfogo alla sua distruttiva dimensione documentaristica.

In Where to Invade Next, ce ne rallegriamo, pensa bene di rivolgere il suo sguardo all’estero, per cercare soluzioni alternative, più che per denunciare tutto l’ormai già denunciato in patria. Nonostante il titolo originale, eco paradossale del passato, questa volta Moore organizza viaggi ben mirati alla scoperta di come altri paesi hanno risolto i problemi principali che affliggono la società statunitense.

Invasioni pacifiche, dunque, questa volta, per rubare le idee migliori, nel film più divertente in assoluto della sua filmografia. Un film in cui riesce a dare una compattezza mirabile al suo viaggio, portando a casa la consapevolezza, che fa ancor più rabbia, di come il cambiamento sia legato a piccoli gesti. Michael Moore, qualcuno in passato se lo è dimenticato, è profondamente americano; e patriottico e rattristato si aggira in Europa anche in questo caso, scoprendo come spesso quelle idee da riportare indietro siano proprio nate in America, rimanendo lettera morta.

Partendo dall’educazione, scolastica e alimentare, Moore fa un giro per l’europa del welfare; parola che per molti americani fa coppia con socialismo: quanto di più vicino al nemico sovietico esista ancora dalle nostre parti.

I debiti contratti per pagare rette universitarie abnormi, i minimi diritti sindacali, le prigioni come punizione terrena e occasione per negare il diritto di voto alle minoranze; sono molti gli obiettivi di Moore, che in uno dei momenti più toccanti, in Norvegia, parlando con il padre di uno dei 54 ragazzi uccisi dal terrorista autoctono Anders Breivik nel 2011, racconta un modo diverso di reagire: aprendo ancora di più la società, impedendo che vinca la paura e la vendetta sotto forma di pena capitale.

Che non sia un problema ormonale? Il sesso maschile guida la società da tanto tempo e questi sono i risultati, sembra la lezione di un viaggio in Islanda. Quando invece le donne prendono il potere, in numero sufficiente, qualcosa potrebbe cambiare, come dimostra il fatto che l’unica banca del paese nordico a non fallire nella crisi nazionale del 2008 sia stata la sola diretta da donne.

L’amore per il paradosso, la forzatura satirica, sono quelle del miglior Moore. Quello che colpisce piacevolmente è la quadratura cinematografica della sua analisi, le corrispondenze fra fronte esterno e interno, la malinconia constatazione che se anche il muro di Berlino è crollato, allora tutto può accadere, basta cercare bene fra gli oggetti smarriti degli Stati Uniti.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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