When Evil Lurks: la recensione del notevole e cupissimo horror argentino

10 luglio 2024
3.5 di 5

Il secondo film di Demián Rugna parla di possessioni demoniache in maniera nuova, originale e coivolgente. La recensione di When Evil Lurks di Federico Gironi.

When Evil Lurks: la recensione del notevole e cupissimo horror argentino

C’è un’idea strutturale e narrativa forte, alla base di When Evil Lurks, horror diretto dall’argentino Demián Rugna, quello di Terrorizzati. L’idea è quella di parlare di possessioni demoniache (di nuovo) in maniera decisamente nuova, facendo del contagio del male qualcosa di concettualmente assai simile a quella, virale, di un’epidemia zombie. Meno rapida e frenetica, di sicuro, ma ugualmente letale, e ancora più terrificante per lo strisciare sotterraneo del Male. Di un Male infido, sadico, che sa dove andare a colpire: lì dove fa più male.
Animali, adulti, bambini: non si salva nessuno dal contagio, a meno che non si segua - ma alla fine dei conti la cosa nel film è ben poco importante - un set ben preciso (e nuovo) di regole.

Tutto inizia in un luogo alla fine del mondo, da qualche parte nella sterminata pampa argentina. Due fratelli sentono colpi di pistola, escono da casa per vedere cosa sia successo, e s’imbattono in un corpo smembrato. Noi non capiamo subito che siano certe strane attrezzature vicino al corpo, giacché la mitologia pensata da Rugna ancora non ci è nota, ma loro, Pedro e Jimi, sì. E allora è un attimo scoprire che in una casa vicina c’è quello che viene definito un marcio: un posseduto, un uomo deformato oscenamente dall’infezione che lo divora dall’interno.
È a questo punto che, per mano di un altro personaggio (e, attenzione, in seguito al disinteresse della polizia, e quindi del governo), un proprietario terriero locale, si commette un errore tanto fatale quanto simbolico: perché cercare di allontanare fisicamente il Male, portarlo via, lontano dagli occhi e dagli affetti, non è affatto risolutivo. Perché il Male non si combatte così, in maniera egoistica, negazionista, esplusiva; e a fare così, invece, non si fa altro che peggiorare il contagio.

Rugna è chiaramente andato a lezione dai grandi, e conosce bene gli esorcismi Friedkin, i contagi Romero, perfino le possessioni di Raimi. Conosce il folk horror, e forse, forse, il gotico padano.
Non per questo non ha voglia di andare oltre, mettendo in scena una capra che ricorda il Black Phillip di The Vvitch, un cane in vago stile Cujo, dei bambini spaventosi a metà tra quelli di Narciso Ibáñez Serrador e quelli di The Children. La sua nuova mitologia - un mondo dove i demoni e le possessioni non sono più eventi eccezionali, e dove le chiese, e le fedi, hanno fallito e sono spartite - la fa emergere pian piano nel corso della storia.
Quel che però è più notevole di altro, in When Evil Lurks, è la sua capacità di mettere sullo schermo immagini di grande cura formale all’interno delle quali si alternano la voglia di raccontare il male, il perverso, l’osceno in maniera sotterranea e perturbante, e la necessità di lavorare anche con sequenze di grande impatto e di brutale violenza. E la capacità di Rugna di essere efficace in entrambi le situazioni e le esigenze, ricorda - in meglio - alcuni tratti del sopravvalutatissimo Hereditary.

Certo, il ragionamento di base di When Evil Lurks, e l’aver plasmato la metafora zombesca del contagio fino a ricoprire il demoniaco, con lo scopo di raccontare una società contemporanea che pare senza scampo dal suo egoismo, non è forse nuovissimo (sebbene, tra pandemie, populismi, nuovi nazionalismi, economie in crollo, divaricazioni sociali insostenibili  e tante altre belle cose, sicuramente è attuale). E sotto la cura formale, specie verso il finale, emergono a tratti scelte narrative un po’ cheap, tra spiegoni e strumentazioni alla Hellboy.
Ciò nonostante il fascino di questo horror argentino, e la sua capacità di lavorare sui nervi dello spettatore, sono innegabili. Come innegabile è il pregio e il merito di aver condotto una storia, quella di Pedro e Jimi, peraltro con non poche sfumature psicologiche, fino alle estreme e inevitabili conseguenze: che sono cupe, pessimiste, desolanti, e senza un briciolo di intenzione consolatoria. Con risvolti cinematografici, e anche politici, di chiaro interesse.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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