West Side Story, la recensione: Spielberg, il musical, il ghiaccio e gli eschimesi

20 dicembre 2021
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Come poteva essere un musical, questo musical qui, nelle mani di uno come Steven Spielberg, di uno che respira il cinema come noi respiriamo aria? Esattamente così. E lui lo sapeva, e lo sa, benissimo. La recensione di West Side Story di Federico Gironi.

West Side Story, la recensione: Spielberg, il musical, il ghiaccio e gli eschimesi

C'è stato un momento, tanti anni fa, in cui Steven Spielberg si trovò a valutare se accettare o meno l'offerta di dirigere un film di Harry Potter. Sul perché alla fine, dopo qualche mese di lavoro, Spielberg rifiutò il progetto ci sono molte ipotesi e teorie: ma le dichiarazioni ufficiali del regista parlano, parafrasando, di un film il cui successo era già tanto scontato in partenza da non rappresentare per lui alcuna sfida.
Chiunque conosca il cinema dell'americano, sa quali vertiginosi successi artistici e di pubblico un film di Potter realizzato da lui avrebbe potuto ottenere.
Al contrario, realizzare e vendere oggi un musical, e un musical lontanissimo dai postmodernismi di Baz Luhrmann, anzi ultraclassico come West Side Story, era qualcosa di meno scontato. Anche perché i musical mica son roba per tutti. Anche perché il romanticismo sfrenato di quella storia lì, ispirata al Romeo e Giulietta di Shakespeare, infarcito di canti e balli, mica va giù a tutti.
Allora ecco che West Side Story è, ce ne fosse stato il bisogno, il film che conferma come Steven Spielberg potrebbe vendere ghiaccio agli eschimesi, se quel ghiaccio fosse cinema.

Il cinema. Quella cosa di cui si parla tanto, e che oggi è sempre più rara, e che è fatto di immagini in movimento, sì, ma anche di sguardo, idee, montaggio, costruzione, capacità di diventare qualcosa di più, di travalicare i confini dell'immagine e farsi fantasmagoria. Quella cosa che Spielberg padroneggia alla perfezione.
Come spesso accade, bastano un paio di inquadrature, qualche stacco di montaggio, una manciata di movimenti di macchina per capire che quella cosa lì che si dipana davanti ai nostro occhi e sullo schermo ha qualcosa di speciale, di magico, di fantasmagorico. Che è il cinema quello vero. Quella cosa di cui Spielberg è maestro.
E allora, ecco che uno come lui è capace di farti andare giù di tutto, pure un genere che non ti piace. Se poi ti piace pure il genere, amico, sei fregato.

È la prima volta che Spielberg gira un musical, ma alla fine dei conti non è proprio così.
Certo, ci sono le canzoni e le musiche e le coreografie, e mica sono canzoni e musiche e coreografie qualunque, ma quelle firmate da Stephen Sondheim, Leonard Bernstein, Jerome Robbins, che il regista e i suoi collaboratori (Justin Peck per le coreografie, David Newman per le musiche) ripropongono con enorme rispetto, pochi cambiamenti, un adattamento fedele e personale al tempo stesso: inutile qui stare a fare la filologia, perché in fin dei conti non è questo quello che conta, come non conta la “politica” di questa storia, e di come è stata aggiustata ai tempi woke che viviamo.
Ci sono le canzoni e le musiche e le coreografie, dicevamo, ma in fin dei conti il modo di muovere la macchina da presa attorno e dentro i balletti, vicino ai personaggi, per le strade e per i vicoli di una New York fatta perlopiù di macerie, barriere e ostacoli, è in fin dei conti quello che conosciamo e ci aspettiamo da uno come Spielberg. Da uno che con il movimento delle immagini e dei personaggi ha sempre creato una musica, una danza. Musical. Cinema.

Il paradosso, se di paradosso possiamo parlare, è che in fin dei conti per lui è tutto fin troppo facile. Facile quasi come con Harry Potter.
Tanto facile da dare quasi l'impressione che Spielberg, qui e lì, abbia quasi perso la concentrazione, e si sia lasciato prendere la mano, calcando un pelo troppo sul romanticismo, o distraendosi un po' nelle scene recitate, sforzandosi poco di dire qualcosa di nuovo. Perché tanto lo sapeva benissimo che gli bastava pochissimo per riprenderti per il bavero, lasciarti col la bocca un po' aperta e gli occhi umidi di fronte ai numeri di ballo. Perché lui lo sa che potrebbe vendere ghiaccio agli eschimesi. Lo sai anche tu, e questa cosa ti secca un po', e il film a tratti ti stucca il palato magari, però stai lì lo stesso, e compri. Partecipi. Guardi. Non hai scelta.
Maledetto Steven, sfacciato a tal punto da chiudere con quel "For Dad" che è sentitissimo, certamente, ma anche garanzia di commozione: hai vinto anche stavolta. Hai fatto di meglio, poco ma sicuro, ma hai vinto anche stavolta.
Io però ti aspetto al varco: hai fatto di tutto finora, fammi anche un horror. Uno vero.
Firmato, il tuo eschimese.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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