La recensione di Watchmen, il film diretto da Zack Snyder

05 marzo 2009
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Di una cosa a Zack Snyder va dato atto: di essere riuscito laddove in molti prima di lui avevano fallito e di essersi impegnato sinceramente e al massimo delle sue possibilità per adattare un'opera ritenuta intraducibile con lo spirito di un fan rispettoso e appassionato.

La recensione di Watchmen, il film diretto da Zack Snyder

Watchmen - la recensione

Di una cosa a Zack Snyder va dato atto: di essere riuscito laddove in molti prima di lui avevano fallito. Cioè nel riuscire a portare al cinema una graphic novel apparentemente intraducibile e per anni ritenuta tale. Come ci sia riuscito, è un altro paio di maniche. Così come un altro discorso ancora è quello relativo alla fedeltà al materiale originale e alla capacità di rendere la sua complessità in maniera accettabile. Su quest’ultimo aspetto, intelligenza vorrebbe che ci si allineasse al grande maestro Alan Moore: la graphic novel è una cosa, il film un’altra, paragoni non sono nemmeno immaginabili. E quindi non staremo a rimarcare quanto si sia (inevitabilmente) perso in termini di storia, spessore e livelli di lettura nel passaggio da un medium all’altro. Così come non ci soffermeremo sulla filosofia del film, che, se c’è, è pari pari quella della graphic novel.

Quello che va invece detto e ammesso subito è che Snyder (non certo un intellettuale del cinema) si è impegnato al meglio delle sue possibilità. Non solo come regista ma anche come cultore del fumetto, realizzando non senza una discreta dose di coraggio un film che stravolge l’idea di cinecomic così come la si è pensata finora: un film di quasi tre ore che cede assai meno del previsto alle più plastiche e deleterie tendenze hollywoodiane, che mette (relativamente) da parte botte, combattimenti ed esplosioni e si affida alle tante parole, ai complessi rapporti, alle nevrotiche psicologie dei suoi personaggi, concentrandosi su di loro e sul intrecciarsi delle loro parallele vicende. Non a caso oltremanica è stato definito una sorta di Magnolia del genere. Ma non c’entra tanto P.T. Anderson, quando Alan Moore, visto che – a modo suo – Snyder ha provato più che poteva a rendere omaggio il suo testo. Salvo poi rivoluzionare il finale in maniera insoddisfacente, nonostante se ne capiscano le motivazioni.

Ma Watchmen parte bene, ricreando atmosfere, tratteggiando personaggi, riuscendo quindi laddove era meno probabile. I problemi nascono e crescono col procedere della vicenda, quando i materiali e le situazioni si accumulano: e allora si mettono in evidenza tutti i limiti del regista americano. Da un lato il film inizia ad andare fuori tempo, a perdere ritmo, a procedere a singhiozzi: a farsi complicato senza guadagnare in complessità (o in calore, dato che una certa freddezza emotiva caratterizza tutto il film). Dall’altro esplode tutta la tamarraggine visiva del nostro Zack, con i (noiosi) combattimenti girati con l’estetizzante stop-and-go già utilizzato in 300 e con scene trashissime come quella voyeuristicamente soft-core che vede protagonisti Daniel e Laurie che amoreggiano con vigore sulle note dell’”Halleluja”di Leonard Cohen. O con l’esibizione, che col passare del tempo diviene un po’ compiaciuta, del robusto pene ciondolante del Dr. Manhattan: va bene salvarsi (ma chissà perché non sempre) dagli ipocriti mutandoni, ma a lungo andare l'impressione è quella di un'ostentazione tardo-adolescenziale.

Però in Watchmen ci sono anche diversi aspetti che funzionano, e bene: su tutti, la resa del personaggio di Rorschach (anche grazie all’ottima interpretazione di Jackie Earle Haley), che risulta essere ben più di un collante tra protagonisti e situazioni, ma il cuore pulsante morale e narrativo del film. E anche il Comico (un Jeffrey Dean Morgan che, in verità, pare una sottomarca di Robert Downey Jr.) e il secondo Night Owl sono ben costruiti, caratterizzati e interpretati. Ma soprattutto, al film va riconosciuto il merito di aver rispettato ed evocato con sufficiente efficacia lo spirito cinico, pessimista, disincantato ed ambiguo dell’opera di Moore. D’altronde, nemmeno un Zack Snyder poteva riuscire nell’appiattire del tutto un materiale tanto spesso ed efficace.

Watchmen insomma non si fa disprezzare, e anzi nella sua prima parte supera le possibili aspettative: resta il dubbio che nella sua ansia fanzinara, risulti troppo dilatato e complesso in snodi e riferimenti per chi non ha dimestichezza con la graphic novel. Una buona lettura pre-visione non è strettamente necessaria, ma è sicuramente utilmente propedeutica. E non può far altro che che bene.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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