Wall Street: il denaro non dorme mai - recensione del film di Oliver Stone

18 ottobre 2010
2.5 di 5

Che mondo è quello al quale ritorna Gordon Gekko dopo otto anni di prigione per insider trading? È il mondo di sempre, solo "gonfiato" all'eccesso: il mondo di una finanza sotto steroidi e prossima al crollo di Wall Street dell'estate 2008. E in un mondo del genere Gekko cosa fa?

Wall Street: il denaro non dorme mai - recensione del film di Oliver Stone

Wall Street: il denaro non dorme mai - la recensione


Che mondo è quello al quale ritorna Gordon Gekko dopo otto anni di prigione per insider trading? È il mondo di sempre, solo "gonfiato" all’eccesso: il mondo di una finanza sotto steroidi e prossima al crollo di Wall Street dell’estate 2008. E in un mondo del genere Gekko cosa fa? Il profeta che cerca di avvisare del crollo imminente, il padre che tenta di recuperare il rapporto con la figlia, il mentore con il futuro genero. Un genero ambizioso che pare avere la sua stessa passione per il denaro, ma che sogna anche uno sviluppo “etico” di una finanza corrotta ieri come oggi.

In qualche modo, gli eventi realmente accaduti un paio di anni fa non potevano non essere per Oliver Stone un canto di sirena al quale era impossibile sottrarsi: e, indubbiamente, così come il film originale del 1987 riusciva nella fotografia di quegli anni e di certe loro ideologie (risultato oggi assai datato non solo dal punto di vista estetico), ora Wall Street : il denaro non dorme mai riesce in un’operazione assai simile. Dimostrando, sostanzialmente, come certe attitudini da parte di di chi detiene e gestisce denaro (e potere) siano sempre le stesse.

Certe attitudini rimangono le stesse anche per Oliver Stone, d’altronde: in Wall Street 2 l’assenza di misura che il regista ha sempre (e negli ultimi anni in particolare) dimostrato si manifesta in tutta la sua sfacciataggine: e l’eccesso formale va di pari passo con gli eccessi della finanza raccontati. Scene dalla computer graphic zoppicante, product placement spudorati, bizzarre forme di split-screen, di tendine e di rallenties, a supportare rappresentazioni di archietture urbane, umane e finanziarie alternate da spiegoni che fanno molto “La Borsa for Dummies”.
Ma in questo grottesca rappresentazione visiva come nel resto, non mancano dosi massiccie di autoironia, strizzate d’occhio e battute autoreferenziali: chiaro segno da parte di Stone e di Michael Douglas della volontà giocare con la mitologia che avevano creato con il primo film. Giocare, ma non delegittimare: perpetrare su nuove basi, con nuove forme.

Ed è su questo versante che il film assume le sue tonalità più ambigue. Perché ancora una volta le posizioni politiche e ideologiche dell’autore sono tanto elementari quanto sfuggenti. Stone non va oltre un messaggio che esplicita chiaramente la necessità di un rapporto etico tra uomo e denaro: etica che possa salvare un capitalismo che non solo non è già irrimediabilmente compromesso ma che anche anzi – attraverso molle come l’ambientalismo e le più basilari pulsioni empatiche umane e familiari – possa essere parte irrinunciabile dell’evoluzione, le sue bolle speculative (se controllate) addirittura viste come momenti propulsivi. Cambiamenti valutabili a piacere, ma raccontati senza quella strutturalità che li farebbe divenire stabilmente sistemici.

E allo stesso modo, prima del suo "comeback" finale, Gekko nel film continua a fare il comodo suo come ai bei tempi, e non sorprende che i ripensamenti etici arrivino a posteriori, opportunisti e furbetti. Forse, per Stone, tutto fa brodo: ma ecco allora che il Jake di Shia LaBeouf pare solo una forma nuova di un contenuto vecchio. Con buona pace della povera ma ingenua Winnie interpretata dalla brava Carey Mulligan.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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