Waiting for the Barbarians: recensione del film con Mark Rylance e Johnny Depp in concorso al Festival di Venezia 2019

06 settembre 2019
2.5 di 5

Il regista colombiano Ciro Guerra porta al cinema il romanzo omonimo di di J.M. Coetzee.

Waiting for the Barbarians: recensione del film con Mark Rylance e Johnny Depp in concorso al Festival di Venezia 2019

Grazie a film come El abrazo de la serpiente e Oro Verde, il colombiano Ciro Guerra è già uno dei pupilli della cinefilia internazione.
E quindi per il suo nuovo Waiting for the Barbarians le aspettative erano alte, anche perché questa volta incrociava il suo talento con quello di J.M. Coetzee, autore dell'omonimo romanzo e della sceneggiatura di questo adattamento, e con quello di Mark Rylance, il meritato premio Oscar di Il ponte delle spie di Spielberg. Senza poi contare che nel cast del suo film appaiono anche Johnny Depp e Robert Pattinson.
Non sempre però l'unione di talenti regala i risultati sperati, e Waiting for the Barbarians si avvicina moltissimo a essere una grande delusione. Anche per chi Ciro Guerra non sa nemmeno chi sia.

Non è tanto una trama che è quasi didascalica nella programmatica esposizione di un tema chiarissimo, a rappresentare un limite. Né, in fondo, un'estetica fin troppo curata, quasi patinata nel ritrarre ambienti, personaggi, paesaggi, al punto di odorare di artificioso.
Guerra opta ancora una volta per una progressione morbida e silenziosa, usa da regista gli stessi modi pacati e pacifici del suo protagonista, ma questa volta non trova né l'andamento ipnotico di El abrazo de la serpiente, né il respiro epico di Oro verde, e non evoca alcun mistero, non genera alcuna tensione, limitandosi a registrare con qualche lungaggine di troppo lo sgomento impotente di un uomo buono e mite, che come unica ambizione aveva quella di essere ricordato per come aveva tenuto il mondo in ordine con pochi colpi bene assestati, di fronte all'irrompere di una violenza cieca e autolesionista.
A raccontare la trasformazione di un avamposto di frontiera che era marginale ma felice e pacifica oasi di vita in un luogo desolato e senza futuro, saccheggiato e devastato di chi un nemico lo ha cercato con tanta insistenza da riuscire a crearlo, e esserne punito.

Rylance è bravo nei panni del Magistrato, amministratore governativo dell'avamposto nel quale irrompe il sadismo testardo e fascista del Colonnello Joll di Depp, che ha un look a metà tra un personaggio di Brazil e uno di Dune. È lui, Rylance, il punto fermo del film, il riferimento cui appoggiarsi tra una lungaggine e l'altra: lo è grazie alla sua bravura, certamente, e anche perché è Guerra stesso che richiede di rimanere aggrappati all'umanità che rappresenta, ferita e umiliata dall'irrompere di una cattiveria che corrompe.
Ma il discorso è fin troppo esplicito, dichiarato: e tutto rischia di scivolare nel banale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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