Voices - la recensione della commedia musicale con Anna Kendrick

04 giugno 2013
2.5 di 5

Molto curato nella confezione, il film di Jason Moore manca di sviluppare temi e personaggi

Voices - la recensione della commedia musicale con Anna Kendrick

C'è un gran dispiegamento di forze dietro al teen-movie Voices, che prende spunto dal romanzo di Mickey Rapkin "Pitch Perfect: The Quest or Collegiate A Cappella Glory" e ci introduce in un contesto che solo i frequentatori dei talent show made in Europe e Usa conoscono nel dettaglio: l'universo del canto a cappella.
Alla base di un film che, sulla scia del ben più sboccato Suxrbad, riabilita la figura del nerd, ci sono infatti il coreografo di Justin Bieber Aakomon "AJ" Jones, la sceneggiatrice delle serie tv 30 Rock e New Girl Kay Cannon e i padrini del canto a cappella Ed Boyer e Deke Shannon.
A questi artisti vanno ad aggiungersi attori con una robusta e poliedrica esperienza alle spalle che non hanno esitato a sottoporsi a un estenuante boot camp fatto di quotidiane sessioni di canto e ballo.

Un simile sforzo collettivo è degno di nota e fa riflettere ancora una volta su quanto siano ben oliati i meccanismi della macchina hollywoodiana, specialmente quella che punta all'intrattenimento più leggero.
Peccato che nell'opera prima di Jason Moore, che si è fatto le ossa sui palcoscenici di Broadway, tanta attenzione alla confezione mascheri l'assenza di contenuti forti.
Completamente assorbito dai suoi scratching e mash up, e dall'ironica celebrazione di alcune hit più o meno trash degli anni Ottanta, il regista crea fra i personaggi dinamiche piuttosto basilari, dimenticando di insistere, per esempio, sul senso di non appartenenza dell'outsider aspirante dj a cui presta il volto e la voce la minuta Anna Kendrick.

Se tuttavia il suo personaggio mantiene una sua originale identità insieme a quello del John Cusack degli anni Duemila Skylar Astin, agli altri membri delle squadre canterine non restano che comportamenti e battute un po' prevedibili, che allontanano il film da quella complessità e da quelle problematiche adolescenziali e post-adolescenziali che telefilm come Dawson's Creek (di cui Moore ha diretto qualche episodio) raccontavano con grande profondità.

Forse però non è giusto pretendere introspezione e analisi d'ambiente da un popcorn movie tardoprimaverile che comunque invita a sviluppare un sano spirito competitivo e a fare il primo passo verso la realizzazione dei propri sogni.
E poi, in fondo in fondo, un accenno ai tormenti giovanili non manca.
Lo ritroviamo nei continui accenni al più bel film adolescenziale di sempre: quel Breakfast Club di John Hughes che consacrò il successo del Brat Pack e contribuì alla fama di una delle hit dei Simple Minds.
I personaggi del film lo guardano e lo riguardano, come a dirci che gli anni passano, ma non passano i turbamenti di chi non ha ancora vent'anni.

A passare, invece, e a rimanere ahimè insuperati, sono brani come "Don't You (Forget About Me)", che in Voices riascoltiamo cantato da un gruppo bizzarramente assortito di ugole femminili che risponde al lezioso nome di Bellas.
Chissà Jim Kerr cosa dice...



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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