Vita di Pi - la recensione del film di Ang Lee

17 dicembre 2012
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Un ragazzo naufrago nel Pacifico insieme ad una tigre del Bengala in un film di Ang Lee.

Vita di Pi - la recensione del film di Ang Lee

Tutti sono alla ricerca di nuovi mercati, dai produttori di automobili alla moda e anche il cinema hollywoodiano non è da meno. L’Asia è il nuovo Eldorado: miliardi di abitanti, pubblico sempre più globalizzato e pronto ad accogliere prodotto e gusti occidentali. Allora si può capire il particolare interesse nei confronti di "Vita di Pi", romanzo molto venduto del canadese Yann Martel e con protagonisti indiani.
All’inizio proprio per le sue origini si pensò a M. Night Shyamalan, poi non se ne fece nulla, ci lavorarono Alfonso Cuaron e quindi Jean-Pierre Jeunet. Ma nulla di fatto anche per loro. Il motivo è chiaro: la storia è molto complessa da filmare, il romanzo indugia in precise descrizioni tanto particolari da rischiare di imbrigliare la creatività di un regista o di virare nel new age.

Alla fine Ang Lee ha accettato la sfida e diretto il film con la chiara intenzione di renderlo un prodotto internazionale e senza attori americani, fino al punto di pentirsi della scelta di Tobey Maguire in un ruolo minore e di rigirare tutte le scene con un attore britannico poco conosciuto. Lo si intuisce anche dalla scelta del giovane esordiente Suraj Sharma per il ruolo del ragazzo protagonista. La sua famiglia decide di trasferirsi e cambiare vita, mettendosi in viaggio dalla natia Pondicherry, India francese, fino al Canada. Partono per nave insieme ad un carico molto inusuale: gli animali dello zoo di famiglia. Una tempesta li colpirà e Pi (lasciamo alla visione del film scoprire l’origine di questo curioso nome) finirà naufrago nel mezzo del Pacifico in una scialuppa di salvataggio in compagnia di alcuni animali superstiti.

Siamo dalle parti di Cast Away, con lunghi silenzi e la tigre nei panni del pallone Wilson. Sono questi i momenti più convincenti del film, che riesce a creare tensione su piccoli gesti di sopravvivenza quotidiana e regala momenti visivi di grande bellezza pur sfociando ogni tanto in alcune estetizzazioni di troppo.
Centrale diventa il rapporto fra uomo e animale, la vicinanza imposta da una situazione così estrema, che nel ragazzo diventa affetto mentre nella tigre si dimostra più risposta ad istinti primordiali. Sempre presente è un sottotesto spirituale, fra religione ufficiale, cattolica o indù che sia, e virate animiste.
Ma è nella cornice del film che esce fuori il senso pieno di Vita di Pi: una riflessione sulla potenza del racconto, un omaggio alla cultura della storia tramandata oralmente che magari diventa leggenda.
Da spettatori ci lasciamo coinvolgere dalla storia, da un 3D per una volta convincente, ma tolti gli occhialetti 3D il film manca di un po’ di retrogusto.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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