Vincere - recensione del film di Marco Bellocchio

19 maggio 2009
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Dopo aver ripercorso a modo suo gli anni del terrorismo con il bellissimo Buongiorno, notte, Marco Bellocchio affronta il Fascismo attraverso il dramma privato di Ida Dalser, moglie ripudiata da Mussolini e madre del suo primogenito, rinchiusa in manicomio per essere ridotta al silenzio.

Vincere - recensione del film di Marco Bellocchio

Dopo aver ripercorso a modo suo gli anni del terrorismo con il bellissimo Buongiorno, notte, Marco Bellocchio affronta il Fascismo attraverso il dramma privato di Ida Dalser, moglie ripudiata da Mussolini e madre del suo primogenito, rinchiusa in manicomio per essere ridotta al silenzio.

Proprio come in Buongiorno, notte, anche in Vincere Marco Bellocchio racconta una vicenda – quella di Ida Dalser e del figlio suo e di Benito Mussolini – nella quale la Storia e la Politica si vanno ad intrecciare in maniera quasi inestricabile con il dramma umano e privato dei rispettivi protagonisti. L’equilibrio tra le parti, in una storia del genere, è molto delicato. Ma nonostante alcune scelte opinabili che a tratti strattonano e separano a forza i due versanti, privilegiandone ora l’uno ora l’altro, Bellocchio riesce a cavarsela con la consueta abilità nel tentativo di rimanere bilanciato. Anche se assai meno di quel che accadeva al riguardo nel film su Aldo Moro.

Ciò nonostante, Vincere rimane un film dalle profonde ambivalenze, tanto incisivo ed efficace nella sua forma, quanto a volte opinabile per quanto riguarda il contenuto e le sue più dirette modalità di rappresentazione. Il regista piacentino è tra i pochissimi in Italia che si possano permettere certe idee visive e di gestirle correttamente: come accade ad esempio nella prima parte del film, dove si alternano, si mescolano e si sovrappongono le immagini della finzione con quelle di repertorio dell’epoca, giocando col Futurismo e sintetizzando il presente del film con il futuro vicino e non a venire. La resa è ottima e potente, sia all’occhio che drammaturgicamente, grazie all’ottima fotografia cupa e chiaroscurata, curata da Daniele Ciprì. Ed anche la scelta di utilizzare con frequenza un commento sonoro pesante e possente, seppur opinabile, aiuta a rendere le atmosfere dure e oppressive del film e le ossessive psicologie dei due protagonisti.

Meno riuscite sono le parti più scritte e ricostruite: nella prima parte, dove Mussolini e da Dalser sono ancora insieme, la necessità di essere opprimenti spinge Bellocchio verso alcune esagerazioni nella descrizione ostentata del sesso o nella caratterizzazione quasi grottesca del Mussolini di Timi; nella seconda, invece, quando è Giovanna Mezzogiorno vera ed unica protagonista e Timi esce praticamente di scena, sono gli eccessi urlati e melodrammatici a convincere di meno, penalizzando la drammaturgia anche dove la regia rimane a livelli interessanti. Perché, paradossalmente, l’eccesso di emozionalità della Mezzogiorno (del suo personaggio) finisce per funzionare da riduttore della complessità e banalizzatore di un testo comunque ricco di sfumature e potenzialità.

Non è un caso, comunque, che in un film e in una storia come questa l’apertura al ripensamento e al sogno messa in scena in Buongiorno, notte nel finale, sia anelata ma necessariamente negata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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