Vincent deve morire: la recensione del film

28 maggio 2024
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Da uno spunto chiaramente carpenteriano, l'esordiente francese declina un film che ragiona sulle tante dinamiche distruttive delle società occidentali contemporanee. La recensione di Vincent deve morire di Federico Gironi.

Vincent deve morire: la recensione del film

Vincent (Karim Leklou), quarantenne non in formissima, occhio languido da cane bastonato, fa il graphic designer a Lione. Un giorno, apparentemente dopo una battuta magari infelice ma innocua, viene aggredito a colpi di laptop in faccia da uno stagista. Passa poco tempo, e un collega contabile, senza provocazione alcuna, prende a pugnalarlo sul braccio con una biro. Un caso? Non credo. Solo che, invece che ricevere solidarità dai colleghi, Vincent viene perfino invitato a lavorare per un po’ da casa. E anche fuori dall’ufficio la situazione non migliora: basta uno sguardo, letteralmente, e chiunque capiti a tiro - bambini, uomini, donne - aggredisce Vincent col chiaro intento di ucciderlo. Quasi come in Dream Scenario.

Lo spunto - sceneggiatura di Mathieu Naert - è intrigante, di una derivazione chiaramente carpenteriana. Anche perché Vincent deve morire non nasconde nemmeno per un secondo la sua ambizione socio-antropologica, la sua voglia di raccontare, se non di fare i conti, con questi tempi impazziti in cui ci tocca vivere: tra aggressività diffusa, isolamenti forzati, paranoie complottiste.
Già. Perché, costretto a lasciare Lione alla volta della meno popolata campagna circostante, in una sorta di quarantena autoimposta, il povero Vincent scoprirà comunque di non essere il solo vittima di questa frenesia omicida, che pare essersi diffusa come un virus, e anche dell’esistenza di gruppi di vittime (o di malati?) che si organizzano in chiave - letteralmente, in questo caso - survivalista e isolazionista.

Stéphan Castang, esordiente, non è che proprio lasci a bocca aperta per capacità tecniche, e gira un film comunque corretto e scorrevole. Lì dove dimostra qualche guizzo in più è nel modo in cui riesce a mescolare e bilanciare nel corso della storia il senso di angoscia e oppressione, e di paura, vissuto da Vincent, con la voglia, sua e del protagonista, di concedere spazio al sorriso, magari rassegnato ma comunque carico di un’ironia che fa rima con sopravvivenza.
Non solo. A un certo punto Vincent deve morire si apre anche a una storia d’amore. Una storia d’amore non facile, considerata la condizione di Vincent e del mondo, ma pur sempre d’amore.

Qui quel che il film vuole dire è un po’ meno chiaro, o comunque un po’ più confuso e arrabattato: non solo in un finale che non riveliamo, ma anche in una fuggevole sottotrama che riguarda un'altra vittima, un altro malato come Vincent, col quale il protagonista è in contatto, e che, una volta “guarito” non riesce più a farsi accettare dalla moglie che aveva abbandonato.
Lo scarto dalla dimensione collettiva a quella singolare, insomma, sfugge un po’ di mano a Castang, che pure sembra risolvere tutta l’impalcatura del suo film nel rapporto tra Vincent e la bella Margaux di Vimala Pons. Un rapporto che in qualche modo è appunto una fuga, un ripiegamento, e insieme, forse, una speranza.

E così, in qualche modo, gli spunti carpenteriani da dove si era partiti si spengono in un qualcosa che, complici delle bende sugli occhi, ha un sapore simile al Birdbox di Susanne Bier.
Quindi, con le bende, si torna direttamente al problema dello sguardo: basta guardare - o sentirsi guardati, e quindi guardare - per scatenare la violenza. La negazione dello sguardo o allo sguardo, forse, come suggeriva Leos Carax a Cannes, nel capolavoro C’est pas moi, è allora soluzione di sopravvivenza. Sapere cosa guardare e cosa no: questo è il problema.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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