La Vénus à la fourrure - la recensione del film di Roman Polanski

25 maggio 2013
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Più che un film, il nuovo di Polanski è un gioco di specchi infinito. In La vénus à la fourrure il teatro si specchia nel cinema, l'arte nel suo autore, la manipolazione nel manipolato, l'uomo nella donna, la realtà nella finzione, il regista Roman Polanski nel suo attore, nel suo cinema, nella sua vita, in sé stesso.

La Vénus à la fourrure - la recensione del film di Roman Polanski

Più che un film, il nuovo di Polanski è un gioco di specchi infinito.
In La vénus à la fourrure il teatro si specchia nel cinema, l’arte nel suo autore, la manipolazione nel manipolato, l’uomo nella donna, la realtà nella finzione, il regista Roman Polanski nel suo attore, nel suo cinema, nella sua vita, in sé stesso.
Adattamento cinematografico di un pièce teatrale di David Ives, anche cosceneggiatore con lo stesso regista, La vénus à la fourrure non vede protagonisti la moglie del suo autore, Emmanuelle Segnier e un Amalric conciato come il giovane Polanski per caso. Ma perché tutto si deve rispecchiare, deve riecheggiare, deve rimandare.

Teatrale e tutto costruito sull’unità di tempo e di luogo come Carnage, La vénus à la fourrure ammicca a Luna di fiele, L’inquilino del terzo piano, Per favore non mordermi sul collo: è Polanski, in tutto e per tutto, nella sua capacità di rendere scorrevole e mai (troppo) pedante un cinema quasi interamente teatralizzato e nel suo ammiccare costantemente a sé stesso, per sé stesso, e solo dopo per lo spettatore.
Il rischio, però, è che tutta questa autoreferenzialità e che la circolarità dei ragionamenti non certo originali o nuovi tirati in ballo dal film finiscano col non coinvolgere del tutto chi guarda e viene utilizzato come una sorta di pedina nel gioco di rimandi del film.

Nonostante l’interpretazione davvero ottima di un Mathieu Amalric mai troppo sopra e mai troppo sotto le righe, e nonostante la Segnier abbia comunque il giusto fisique du role per la parte, quello di Polanski è un film che soffre per la compressione di un cinema che emerge solo in paio di scene, diversamente dalla pervasività che animava gli spazi ancor più angusti di Carnage.

Si rimane allora aggrappati al gioco delle parti tra i due protagonisti, a quello linguistico, tagliente, colto e raffinato delle battute che pronunciano al progressivo cambiare di segno dei rapporti di potere, disinteressandosene a tratti, distratti dal sorriso sardonico di Polanski che rimane onnipresente e sottostante ad ogni passaggio, dalla sua sempre straordinaria e coerente consapevolezza.
Pervasiva, come la colonna sonora di un Alexandre Desplat in tono minore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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