Untitled Recensione

Titolo originale: Untitled

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Untitled - la recensione dell'ultimo documentario di Michael Glawogger

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Untitled - la recensione dell'ultimo documentario di Michael Glawogger

Sempre più spesso, oggi, nel cinema della realtà si assiste allo svolgimento di tesi su un dato argomento, in base a dati presunti oggettivi, letti dallo sguardo e dall'etica dell'autore. Abbandonata da tempo la pretesa assoluta di fotografare la realtà in modo obiettivo, lo scopo del documentario diventa sempre più spesso quello di (di)mostrare qualcosa attraverso le storie e i racconti dei protagonisti. Entrare nelle vite degli altri, è il frutto di una lunga preparazione o di una dote naturale, che riesce a far dimenticare al suo oggetto la presenza dell'obiettivo della telecamera o della cinepresa, un intruso capace di cogliere con assoluta precisione anche i minimi particolari per riproporli poi, ingigantiti, ad un pubblico che guarda, ascolta e giudica secondo il suo metro di giudizio.

Tutto questo nella sua premiata carriera il regista austriaco Michael Glawogger l'aveva sicuramente presente quando, dopo una trilogia di documentari a tema, su un determinato argomento, ha deciso di intraprendere un viaggio senza un filo conduttore, dal nord al sud del mondo (e anche oltre, se la sorte l'avesse voluto) e di riprendere strada facendo quello che lo avesse colpito. E' un po' la differenza, volendo estremizzare, tra una vacanza o un viaggio organizzato e una partenza da soli, senza guide da consultare, semplicemente andando dove ci portano la nostra curiosità e desiderio di avventura e scoperta. Nel caso di Glawogger è accaduto – il destino a volte è davvero beffardo – che la voglia di sparire sia purtroppo coincisa con la sua scomparsa improvvisa e prematura dal mondo, proprio nel luogo che più gli aveva suscitato il desiderio di nascondercisi e di essere dimenticato. Sono rimaste ore e ore di girato in quattro mesi e mezzo invece dell'anno previsto e un percorso spezzato a cui i collaboratori e la grande montatrice Monika Willi hanno deciso di dare una forma e un senso, in base alle note inviate dal regista, a suoi scritti per un blog, al suo pensiero.

E' nato così un film postumo e per certi versi apocrifo come Untitled, in cui, dalla contrapposizione e ripetizione di momenti di vita, emergono temi forti e immagini indimenticabili, di una forza che avevamo dimenticato. Di fronte a una visione senza filtri, spesso senza dialoghi (in ogni caso mai sottotitolati) e con una discontinua voce off, attraverso il movimento frenetico di esseri umani costretti a vivere in condizioni inconcepibili per il privilegiato spettatore occidentale, questo film ci racconta la straordinaria capacità di resistenza e – per usare un termine oggi un po' abusato – resilienza dell'umanità, abbarbicata alla terra più arida del mondo, in forzata e caotica comunanza con gli altri, come in un formicaio, o nella solitudine più assoluta  tra le vette innevate delle montagne.

E' affascinante il contrasto tra la luce rumorosa della Costa d'Avorio, dove in assenza di elettricità la gente continua la sua instancabile attività, dal mercato del pesce alla cena e al sonno notturno, illuminata dal bagliore dei cellulari e dal fragore dei generatori, e la luce silenziosa a cui siamo abituati. Dal calore della vita passiamo all'improvviso al gelo della morte che ridiventa vita, attraverso la carcassa di un mulo infestato dalle larve e dalle mosche, abbandonata sul ciglio di una strada su cui sfrecciano le macchine. Assistiamo alla lotta agonistica tra un gruppo di sorridenti, insabbiati giovani lottatori neri, e ad un altro tipo di lotta, quella per la sopravvivenza di bambini, donne e animali che vanno incontro a un camion che scarica immondizia come altri correrebbero verso il camion dei gelati, e si contendono e litigano per gli scarti di un'altra umanità.

Sono immagini al tempo stesso belle e terribili, come i chilometrici treni che attraversano il deserto, sopra i quali viaggiano donne, vecchi e neonati in condizioni estreme, senza mai un lamento, diretti verso mete che non sappiamo. In una comunità africana, la violenza si riversa improvvisa ai nostri occhi (e fortunatamente senza conseguenze irreparabili) contro un ragazzo per questioni legate forse alla raccolta e distribuzione dell'acqua,  uomini, donne e bambini battono instancabilmente delle pietre o setacciano un fiume per ore per trovare un minuscolo granello d'oro, un vecchio pastore si ripara da una tempesta di pioggia e vento sotto una busta dell'immondizia assieme alle sue due capre, con una cura e un amore particolare per il capretto.

Gli animali: di compagnia come i cani, o mezzi di sussistenza, macellati e scuoiati come le capre, caricati all'inverosimile come gli asini e i muli, che in una delle scene più belle trasportano su una spiaggia un lunghissimo corteo di colorate resti da pesca, in quello che sembra un enorme serpente marino, o le decine di asini legati al suolo per una zampa in una piazza assolata che ragliano disperatamente, lottano, si accoppiano, rotolano nella sabbia. Simili agli animali sono i bambini, che vediamo accuditi ma soprattutto intenti a lavorare, come il piccolo di sette anni che che trasporta una pesante tanica d'acqua spingendola in salita su una strada di notte, tra il traffico e le minacce dei concorrenti.

Questa umanità vive in un mondo cosparso di cicatrici: tracce della guerra hanno segnato le pareti delle case, distrutto abitazioni nei paesi dei Balcani, dove si erge anche una maestosa e fiabesca residenza rom. C'è spazio anche per l'Italia, dove un'anziana signora visita annichilita il paese fantasma di Apice distrutto dai terremoti del 1962 e da allora abbandonato, dove da bambina forse viveva. C'è una nebbia quasi irreale ad avvolgere questi luoghi, dove tutto sembra emanare una grande tristezza. Ma l'uomo ha bisogno di credere in qualcosa, e dunque ecco un rito ortodosso con offerte di cibo a cui partecipano solo uomini e bambini, il caldo Natale di una famiglia balcanica, l'infervorata predica in una specie di inglese di un prete africano. Ma forse l'immagine più toccante e magica di un film che di questi momenti ne ha molti, è quella dei giovani calciatori neri con una sola gamba, che giocano a pallone su una spiaggia dopo aver cantato e ballato insieme, compiendo virtuosismi irripetibili da giocatori coccolati e strapagati che di gambe funzionanti ne hanno due.

Accompagnato dallo splendido tessuto sonoro delle musiche originali di Wolfgang Mitterer, che contrappuntano e si intrecciano ai suoni naturali, e dalle parole dello stesso Glawogger affidate nella versione italiana alla bellissima e calda voce di Nada, Untitled è uno scrigno pieno di diamanti grezzi, un commiato esemplare che termina nella pace quasi irreale di Harper, in Liberia, dove il regista si è dissolto troppo presto, lasciandoci in regalo quello che adesso suona come un testamento: un film che guarda, con affascinata curiosità e senza esprimere giudizi, i tanti volti dell'umanità. Vedendolo si comprende che non c'è alcun merito o superiorità nel fatto di nascere in un posto invece che in un altro e che i privilegi di chi non ha problemi di sopravvivenza nascono dallo sfruttamento secolare delle risorse di altri paesi.

Fa riflettere vedere il disperato attaccamento all'esistenza qutodiana di chi non ha mai conosciuto il lusso della noia, ma sa cos'è il dolore e la fatica fisica. Il viaggio - che per molti popoli, da sempre, prende la forma estrema delle migrazioni di massa - è anche in forma metaforica un peculiare strumento umano di conoscenza e crescita e un antidoto contro  la presunzione e l'arroganza di chi pensa che la nostra zolla di terra sia l'unica giusta e possibile. Per questo non possiamo che essere grati a Michael Glawogger per aver condiviso con noi il viaggio della sua vita e averci mostrato, almeno in parte, l'inconoscibile vastità del mondo.

Untitled
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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