Una spiegazione per tutto: la recensione del film

23 aprile 2024
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Arriva nei cinema italiani il film diretto dal giovane regista ungherese Gábor Reisz, vincitore del premio Orizzonti al Festival di Venezia 2023. Ecco la recensione di Una spiegazione per tutto di Federico Gironi.

Una spiegazione per tutto: la recensione del film

Partiamo da alcuni punti fermi, da alcune certezze.
Il primo, è che Gábor Reisz - ungherese, classe 1980 - è bravo. Lo dico anche rivendicando di aver fatto parte del team che, al Torino Film Festival di alcuni anni fa, ha portato per la prima volta in Italia i suoi film, For Some Inexplicable Reason prima, e Bad Poems poi. È bravo, Reisz, tra le altre cose, perché è autore di un cinema fresco e dinamico, molto vitale, proiettato in avanti, e del tutto indifferente di fronte alle astuzie ironiche postmoderne.
Il secondo punto fermo, è che questo suo nuovo Una spiegazione per tutto è chiaramente un film a tesi. Almeno nella sua apparenza. Molto di più di quanto non fossero i suoi film precedenti, dove invece Reisz ha giocato con intelligenza con le ambiguità molli del presente, con le indeterminatezze dell’identità, con le mille incertezze sul futuro viste con gli occhi delle generazioni più giovani. Una cosa che fa anche qui, in una maniera che potrebbe apparire forse paradossale, contraddicendo la struttura rigida della tesi, ma che in realtà non lo è.

Il succo del discorso è il seguente: è estate, siamo a Budapest, c’è un ragazzo che si chiama Ábel che deve sostenere l’esame di maturità. Ábel è innamorato di una compagna di classe che si chiama Janka, che però vede in lui solo un amico, avendo a sua volta unicamente occhi per il loro aitante e liberale professore di storia, Jakab. Il padre di Ábel si chiama György, fa l’architetto, ha idee politiche abbastanza conservatrici e, soprattutto, infila la politica ovunque: tanto da essersi scontrato in passato, nel corso di un colloquio, anche col professore di suo figlio.
Poi succede che Ábel, il giorno in cui deve dare l’orale di storia, materia mica a caso, a questo punto sarà chiaro, faccia scena muta, e che in quel mentre a Jakab scappi un’osservazione sulla coccarda tricolore nazionalista che il ragazzo ha appuntata sulla giacca, rimasta lì dal giorno in cui si è celebrata la festa nazionale ungherese, il 15 marzo. Apriti cielo: le voci iniziano a girare, una giovane giornalista scrive un pezzo sull’accaduto, e ecco che la bocciatura di Ábel diventa un caso politico nazionale.

Anche tra coloro che hanno visto e commentato Una spiegazione per tutto, il caso è politico, nazionale e internazionale. Giustamente. Perché quello di Reisz, lo abbiamo detto, è un film a tema. Un film che racconta la difficile e complessa realtà dell’Ungheria contemporanea: quella di Orbán, quella del nazionalismo esasperato, quella dal passato attraversato da nazismo e comunismo, dai fatti del '56. Un Ungheria che - un po’ come tanti altri paesi, il nostro compreso, verrebbe da dire - con la sua storia fatta di fratture, divisioni, sofferenze, guerre e sangue, i conti ancora non li ha fatti del tutto.
E quindi, l’esame di maturità del povero Ábel finisce col diventare il pomo della discordia su cui si scontrano, loro malgrado due opposte visioni, incarnate da un lato da Jakab e dall’altra da György, due modi di vivere la politica, la scuola, l’insegnamento, la società, l'ideologia. Eccetera eccetera.

Ora.
Fosse solo questo, fosse solo lo svolgimento di una tesi, pur con tutta l’abilità di racconto di Reisz, che non fa pesare troppo le più di due ore del suoi film (invero avrebbero potuto essere molto di meno, ma il cut del film passato a Venezia era invece più lungo ancora di venti minuti), i suoi cambi di prospettiva e punto di vista, la sua capacità con la macchina da presa, pur con tutto questo, forse Una spiegazione per tutto sarebbe stato un po’ poco, dal mio punto di vista. L’esercizio di messa in bella copia di una tesi un po’ ovvia, e senza particolari risultati.
Mi sorprende un po’ come, generalmente, di questo film si sia parlato quasi sempre adottando un punto di vista che è vicino, magari perfino equidistante, ma comunque prossimo e parallelo, a quello dei protagonisti “adulti” della vicenda, il papà di Ábel o il suo professore, presi costantemente come esempio - legittimamente e correttamente, per carità - delle spaccature dell’Ungheria odierna.
Eppure, il protagonista di questo film è Ábel. Protagonista suo malgrado dello scandalo che nasce e cresce attorno al suo esame, ma anche del film. Un protagonista cui, pare, nessuno vuole dare ascolto, su cui ognuno - soprattutto - proietta aspettative, retropensieri, pregiudizi, speranze. Il peso di un passato che pare mandare far affondare il suo futuro.

A Ábel la storia - lo dice con composta disperazione in una scena cruciale, a suo padre - proprio non entra in testa. Ábel è innamorato (infelice) e basta. Ábel è stato bocciato perché all’esame ha fatto scena muta, non per la sua coccarda. Ábel pensa solo alle vacanze estive, a quello che verrà dopo. Di quel che è stato prima, sembra averne le tasche piene. Di certo, non ne vuole sapere nulla. Corre via, sempre. Dalle polemiche, dalle recriminazioni, in bici, a piedi, verso l’acqua di un lago. Verso un futuro che, forse, bisognerebbe imparare a ricostruire da zero.
Una posizione, questa, fortemente politica, fortemente polemica. Assai più di quella della superficie del film, della tesi, dalla quale Reisz sembra quasi volersi liberare con la stessa spinta vitale di Ábel. Una posizione più controversa, più semplice e più complessa insieme. Più radicale.
Per questo, forse, generalmente sottovalutata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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