Una sconfinata giovinezza - recensione del nuovo film di Pupi Avati

06 ottobre 2010

L'intimismo, l'ambientazione e talvolta l'autobiografismo dei film di Pupi Avati non sempre giovano al suo cinema. In Una sconfinata Giovinezza, però, il regista ha avuto un'intuizione felice a ripescare nella propia infanzia per affrontare lo scomodo tema della malattia. Il risultato è un film riuscito e non eccessivamente struggente ...

Una sconfinata giovinezza - recensione del nuovo film di Pupi Avati

Una sconfinata giovinezza - la recensione

La forza e nello stesso tempo il limite dei film di Pupi Avati sta in una certa connotazione intima, familiare e geografica che, in un modo o nell'altro, li contraddistingue tutti, le commedie come i drammi, le storie di ambientazione contempranea come le incursioni nei nostri anni Cinquanta e Sessanta. Attraverso decine di vicende e centinaia di personaggi, Avati ha continuato a raccontare, in oltre 40 film, se non se stesso adulto o più spesso adolescente, comunque il suo mondo e le sue ragioni d'essere. Qualche spettatore con il tempo ne è rimasto annoiato. Altri si sono ogni volta immersi con facilità in atmosfere ed emozioni autentiche descritte in maniera realistica e insieme poetica.

E' quello che è accaduto a noi durante la visione di Una sconfinata giovinezza, in cui le lunghe sequenze nella provincia bolognese che narrano indirettamente di Avati bambino ci hanno inizialmente infastidito per poi andare a formare un bel mosaico nel quale la regressione all'infanzia ci è sembrata una tessera fondamentale. Fondamentale per capire il morbo di Alzheimer, innanzitutto, e anche per non rendere eccessivamente struggente, né tantomeno ricattatoria, la descrizione di una grave malattia. Tornando all'età di 9 anni, Lino Settembre diventa, per la donna a cui non ha potuto dare un figlio, un bambino di cui finalmente occuparsi. E' un mutamento agghiacciante, in un certo senso, ma che contribuisce a togliere dolore ed enfasi al film trasformandolo in una favola - una fiaba horror, a tratti, in cui i bambini si perdono nei boschi quando sale la nebbia.

Perchè questo cambiamento del personaggio risultasse credibile era necessario che il suo interprete, Fabrizio Bentivoglio, attingesse da materiale autentico, da un vissuto che non fosse solamente il suo, ma anche quello di Pupi Avati, un Virgilio più grande di 20 anni arrivato a una fase della vita in cui l'infanzia scalcia prepotentemente per riemergere. In vena di autoanalisi, il regista ha voluto anche parlare del suo pluridecennale matrimonio, e lo ha fatto raccontando la sua prima vera e storia d'amore cinematografica. E' bello vedere come si vogliono bene Chicca e Lino, uniti non dalla chiassosa presenza di un figlio ma dalla sua ingombrante assenza, e rispettosi l'uno della libertà e del mondo interiore dell'altro. Dei due, il personaggio più riuscito è quello della moglie, interpretata da una Francesca Neri sicuramente brava ma troppo bella e sensuale per essere una donna di quasi 60 anni annientata dalla sofferenza. Forse, senza nulla togliere al suo talento, avremmo preferito vedere al suo posto un'attrice con le rughe intorno agli occhi e una silouette meno impeccabile, così come ci sarebbe piaciuto che il ruolo della zia di Lino bambino andasse non a Serena Grandi, ma a una vera signora di campagna con un viso meno segnato dalla chirurgia estetica.

Ma queste sono piccole cose, perchè il problema di Una sconfinata giovinezza è che il film manca di compattezza, quasi non si risolvesse a seguire una strada piuttosto che un'altra. Indeciso fra un'impostazione descrittiva che segue in ordine cronologico l'avanzare della malattia e un approccio meno convenzionale che lascia spazio alla fantasticheria, ci sfugge, finendo per disattendere le nostre aspettative e negandoci alla fine la capacità di formulare un giudizio davvero organico.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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