Una notte blu cobalto - la recensione

17 giugno 2010
3 di 5

Corrado Fortuna è il protagonista assoluto di un'opera prima intitolata Una notte blu cobalto. Ambientata in una Catania misteriosa e un po' underground, si concentra più sulle atmosfere che sui personaggi, soprattutto quelli secondari, che risultano poco convincenti.

Una notte blu cobalto - la recensione

Una notte blu cobalto - la recensione

Una notte blu cobalto è un film indipendente italiano che, grazie a una piccola ma determinata casa di produzione, lancia un'interessante sfida al cinema mainstream. Forte di un premio per la migliore opera prima vinto al Worldfest di Huston e della presenza, in qualità di attore protagonista nonchè di sceneggiatore, di quel Corrado Fortuna lanciato anni fa da My name is Tanino e riportato recentemente in auge dalla serie tv Tutti pazzi per amore, si prende la libertà di abbandonare il realismo ad ogni costo per sconfinare nel magico e nell'onirico. Lo fa con intelligenza ed accortezza condensando la vicenda dello studente Dino in un'unica strampata notte, breve frazione di tempo in cui, in particolare al cinema, tutto può succedere.

Incuriositi dal losco e improbabile personale della pizzeria Blu Cobalto, in cui si cita "L'arte della guerra" di Sun Tzu e si preparano misteriose polverine, ci inoltriamo volentieri fra le strade di una Catania affascinante e un po' decadente, città d'arte, musica, odori e colori in cui convivono tante diverse solitudini. Nel nostro viaggio, ci immedesimiamo facilmente nel disagio e nella tristezza del protagonista, devastato dalla fine di un amore. A lasciarci delusi è invece l'inconsistenza e la prevedibilità dei personaggi che il ragazzo incontra. Accomunati da una malinconia di fondo, i clienti della Blu Cobalto, che ordinano pizza a ogni ora della notte, non sono che macchiette, stereotipi, voci deboli che, quando escono per un istante dal coro, non cantano fino in fondo la loro solitudine e non riescono a rappresentare adeguatamente il contesto urbano e regionale in cui si muovono.

Restano le atmosfere, rese inconfondibili dalla musica dei Negroamaro, e restano soprattutto le performance degli attori principali, fra cui un Alessandro Haber un po' filosofo e un po' angelo custode che non va mai sopra le righe. Non è poco per un'opera prima, sostenuta comuque da una regia solida e consapevole, e decisa a farsi portavoce di un filone che sposa il genere al cinema d'autore.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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