Una donna promettente: la recensione del film

23 aprile 2021
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Emerald Fennell firma con Una donna promettente un'opera prima di grande impatto e dalle molte sorprese. La recensione di Daniela Catelli.

Una donna promettente: la recensione del film

Attrice nota per i ruoli televisivi (Call the Midwife, The Crown) e cinematografici (Anna Karenina, Albert Nobbs, The Danish Girl), produttrice, sceneggiatrice, scrittrice di libri per ragazzi e di un romanzo horror, showrunner di successo (Killing Eve) e mamma (ha girato questo suo primo lungometraggio in stato di avanzata gravidanza, dando alla luce il figlio tre settimane dopo la fine delle riprese): Emerald Fennell – che non ha 60 anni ma solo 35 - potrebbe fare da modella per un poster ideale della donna realizzata, creativa e di successo, da contrapporre alle troppe che oggi raggiungono la fama senza saper far niente. Il suo esplosivo talento è manifesto anche in questa sua opera prima, sorprendente e originale e al tempo stesso attuale e controversa, che parte da un genere sempre popolare come il revenge movie per diventare una dark comedy e uno struggente racconto morale.

Protagonista è una straordinaria Carey Mulligan, nel ruolo di Cassandra detta Cassie, una ragazza sui 30 anni che ha lasciato gli studi di medicina per cui era molto portata, e vive ancora in casa con mamma e papà che sperano trovi un fidanzato, torni "normale" e se ne vada. Di giorno lavora in un bar, ma la sera si veste in abiti mozzafiato, va nei locali e si finge ubriaca fradicia. Quando viene – immancabilmente - abbordata da uomini che si offrono di accompagnarla a casa per “proteggerla”, e si ritrova a casa loro con le mani addosso, d'improvviso da aggredita diventa aggressore e sbatte in faccia a questi “bravi ragazzi” tutto il loro squallore. Si capisce subito che Cassie rischia grosso (il suo taccuino è pieno di tacche e di esperienze anche sgradevoli), ma che non le importa, e che dietro queste sue trappole, che denotano un disagio psichico non da poco, c'è una sofferenza che non è riuscita a sanare: il suicidio dell'amica del cuore, Nina, dopo uno stupro di gruppo avvenuto quando era ubriaca e incosciente, e per cui non aveva ricevuto ascolto e giustizia. Tutto questo lo si sa da subito o quasi e di più non vi sveliamo perché sarebbe un peccato non seguire passo passo gli incontri, gli sviluppi e i detour che l'autrice intelligentemente mette di fronte alla sua protagonista, fino alla sorpresa finale.

In questo senso Una donna promettente è davvero, come lo definisce Fennell, un road movie, perché Cassie viaggia, interiormente e concretamente, in un percorso a zig zag che sa fin troppo bene dove la porterà. Quella che fino a un certo punto è solo la folle ricerca di una sorta di “giustizia poetica”, di una parziale compensazione, diventa concreta. Il colpo di grazia arriva dopo l'incontro fortuito con un ex compagno di studi, simpatico e gentile, diventato chirurgo pediatrico, di cui si innamora. La ferita che Cassie pensava di aver guarito si riapre in modo insanabile, spingendola ad un ultimo, estremo tentativo di giustizia. Quello che colpisce, in Una donna promettente, è che non ha la gioia della vendetta tipica dei revenge e non c'è nemmeno la speranza che qualcosa cambierà, nella mentalità di coloro che vittimizzano le donne insinuando che in fondo se la siano cercata. E non si tratta solo di una modo di pensare maschile purtroppo, come nel film dimostrano il personaggio dell'amica e della rettrice del campus. Ci tiene sempre sulle spine il pensiero di dove Cassie potrebbe spingersi per ottenere ciò che vuole e più volte ci sorprende, nel bene o nel male.

Sarebbe riduttivo considerare Una donna promettente come una specie di revenge adeguato ai tempi del MeToo: non c'è alcun personaggio positivo nel film, che descrive un mondo senza più morale, dove per gli errori, i torti e i crimini non ci si pente, non ci si sente responsabili e non si chiede mai scusa, ma si tende a minimizzarli come bravate di gioventù, confortati dalla certezza di averla fatta franca. E la rabbia che cova in Cassie nasce dalle potenzialità di felicità e di successo della sua amica promettente e anche delle proprie, stroncate sul nascere dalla superficialità di un gruppo sociale coeso che difende i propri privilegi. In fondo lei e Nina sono un'unica persona, le due facce di una stessa medaglia. Dell'amica, e in fondo nemmeno di lei, non resta alcun ricordo nella mente di chi è andato avanti con la sua vita senza curarsi del male che ha fatto: per questo Cassie è ossessionata dalla ricerca della verità e non esita a concedere il proprio perdono quando trova quello che vuole, un pentimento sincero.

Tutto questo avrebbe potuto dar vita a un film deprimente e angosciante, ma non è così. Lo stile del racconto diviso in capitoli, colorato, brillante, vivace, fa a volte sorridere e sperare, ed è proprio il gioco dei contrasti che sapientemente Fennell mette in scena a spegnere la risata sulle labbra. Lo spettatore, come Cassie, si sente coinvolto e spaesato al tempo stesso. Non è un caso che l'immagine più iconica del film sia quella di lei vestita da escort finta infermiera, col trucco e i capelli colorati, preludio del momento più terribile della vicenda (che l'autrice non ci risparmia). C'è poi, utilizzata ancora a contrasto, una bellissima colonna sonora, che mescola Wagner e Pachelbel a celebri brani pop come “2 Become 1” delle Spice Girls e il classico “Angel of the Morning” nel finale (ne avrete forse sentito la versione italiana di Renato e i Profeti “Gli occhi dell'amore”), a “Something Wonderful” dal musical Il re ed io, che fa da contrappunto a una delle scene più horror.

La bravura di Fennell sta nel saper giocare con toni così dissonanti senza mai sfociare nel ridicolo o nell'implausibile, o peggio ancora nel ricattatorio. Tutte le performance, anche le più brevi, sono calibrate e intonate ed è un piacere, tra i tanti volti noti, ritrovare Clancy Brown (il padre) e il solito gigantesco Alfred Molina. Emerald Fennell non solo conosce il cinema, ma ha anche un'idea ben precisa del mondo in cui viviamo e di cosa vuole raccontare, ed è soprattutto questo che fa di un regista un autore: il titolo del suo film d'esordio, a ben pensarci, le si addice perfettamente. Solo che per fortuna lei quelle promesse, al contrario di troppe, ha avuto la possibilità di realizzarle.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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  • Una donna promettente|recensione|Oscar|
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