Una donna chiamata Maixabel: la recensione del film spagnolo

11 luglio 2023
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Diretto dalla regista Iciar Bollain, arriva al cinema un emozionante spagnolo che racconta la storia vera di Maixabel Lasa, moglie di una vittima dell'ETA, e del suo incontro con gli assassini del marito. La recensione di Daniela Catelli.

Una donna chiamata Maixabel: la recensione del film spagnolo

Il terrorismo, anche quando parte da “buone” intenzioni, è fuorviato da una concezione errata e distorta dei processi storici: quella di poter accelerare con l'uso delle armi, delle bombe e della violenza in genere, l'evoluzione della società verso una maggiore giustizia e democratizzazione. Come le Brigate Rosse, che in nome del popolo eressero tribunali e dispensarono pene di morte, l'ETA (Euskadi Ta Askatasuna, ovvero Paese Basco e Libertà), organizzazione terrorista basca, partì da un concetto di base condivisibile, ovvero la lotta alla dittatura franchista, ma scegliendo la strada delle armi e degli esplosivi per perseguire una ideologia indipendentista, dal 1958 al 2011, anno della rinuncia ufficiale alla lotta armata, seminò di morte e terrore le strade di Spagna, in una guerra senza quartiere dichiarata allo stato, che fece quasi mille vittime. Eppure, contrariamente alla spietata durezza con cui il governo britannico rispose agli assalti dell'Ira, quello spagnolo dette anche ai pentiti carcerati dell'ETA (che in questo caso non vuol dire collaboratori di giustizia), la possibilità di parlare coi parenti delle loro vittime.

Protagonista e coraggiosa promotrice di questi dolorosi incontro è stata - ed è - Maixabel Lasa, moglie di Juan Maria Juaregui, politico socialista, ex comunista ed ex aderente in gioventù proprio all'ETA, abbandonata per l'avversione all'uso della violenza, assassinato a Tolosa da un commando terrorista, mentre senza scorta incontrava un amico in un bar di Tolosa, pochi giorni dopo il compleanno della figlia diciannovenne e le nozze d'argento con la compagna di sempre. E' la sua vedova, la cui vita da quel giorno cambiò drasticamente, cancellando sogni e progetti, protagonista del film della regista Iciar Bollain, anche co-sceneggiatrice, Una donna chiamata Maixabel, che ha vinto in Spagna tre premi Goya: per la miglior attrice protagonista, Blanca Portillo, il miglior attore non protagonista, Urko Olazabal (Luis, il primo pentito) e l'attrice rivelazione Maria Cerezuela, che interpreta la figlia. Luis Tosar, che nel film è Ibon, l'altro membro del commando terrorista, non ha certo bisogno di presentazioni per chi segue il cinema spagnolo (né di ulteriori premi) ma è anch'esso straordinario e commovente nella sua espressiva trasformazione, esplicita nei suoi dialoghi con la madre e con la moglie della sua vittima.

Scritto, interpretato e “trasmesso” con molta sobrietà e passione umana, Una donna chiamata Maixabel ci porta lungo la dolorosa strada del pentimento e del perdono, che non è facile né scontato e non nasce in nome di un'ideale carità cristiana ma dal rendersi conto che i mostri sono spesso anch'essi vittime dei loro errori, che sono esseri umani deboli e fragili che si sono fatti usare senza rendersene conto, come sotto l'influenza di una droga. E se i famigliari degli assassinati devono cambiare tutto nella propria vita quando perdono il loro principale punto di riferimento, chi si pente è tormentato dalla memoria di quello che ha fatto e non c'è strada che percorra in macchina (una sequenza molto bella) in cui il paesaggio non risuoni alle orecchie della sua coscienza degli spari e delle esplosioni dove un tempo sono stati compiuti i delitti che, non più visti attraverso il velo esaltato dell'ideologia, si rivelano per quello che sono: uno spreco gratuito di vite umane. Maixabel non è morbida, non fa sconti ai suoi carnefici, ma vuole sapere, per sé e per la figlia e solo nel confronto riesce a liberarsi, guardando negli occhi quegli uomini fragili e distrutti che chiedono solo una possibilità di redenzione e rispondono con sincerità alle sue domande. I colloqui, iniziati in carcere e proseguiti fuori, durante i permessi concessi ai detenuti, sono il fulcro del film, la dolorosa via crucis che questa donna coraggiosa sceglie di (ri)percorrere. Nel confronto, nella parola e non certo nella violenza sta la nostra unica possibilità di salvezza, come individui e come società. Un messaggio che questo film non retorico ma sincero e rigoroso consegna forte e chiaro e che oggi più che mai dovremmo ascoltare, prima che i demoni dell'odio rialzino la testa e ci condannino ad un inutile dolore.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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