Una canzone per Marion - la recensione del film con Terence Stamp

17 luglio 2013
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Due attori sublimi raccontano l'affetto, la morte e il cambiamento attraverso l'amore per la musica e il canto

Una canzone per Marion - la recensione del film con Terence Stamp

Il trionfo di un film come Amour, indigesto a chi rimuove sistematicamente l'idea della morte e talmente rigoroso da impedire a chi guarda la catarsi di un pianto finale, sembra aver sdoganato, sul grande schermo, le storie di coppie anziane che si misurano con la malattia e con la solitudine di chi resta.

Ecco dunque che, a quasi un anno di distanza dal capolavoro del regista austriaco, arriva nelle sale
un film inglese nel quale l'elaborazione del lutto passa attraverso il piacere ludico del canto e una ritrovata solidarietà nei confronti del prossimo.
Con un occhio rivolto a Quartet e l'altro a Marigold Hotel, film che secondo un critico americano potrebbero avere come slogan: “Gli esponenti inglesi della terza età sono hot”, Una canzone per Marion racconta il grande amore fra Marion, una malata terminale di tumore, e suo marito Arthur, uomo burbero ma dal cuore d'oro.

Riassunta così, la trama spingerebbe a collocare il film nell'ultraretorica categoria del cancer-movie, ma siccome al regista interessa soprattutto il percorso interiore di Arthur, che da Grinch diventa la sicura voce solista di un coro di ottantenni, saremmo più propensi a parlare di un character-study profondamente legato all'analisi della pruderie britannica.
Con quell'ironia che forse gli viene dalla sua breve frequentazione della commedia horror, Paul Andrew Williams prende bonariamente in giro la riservatezza di un popolo che carica di significati altri il semplice parlare del tempo. Lo fa in maniera gentile, trovando una perfetta corrispondenza fra la discrezione del protagonista e la povertà delle case in mattoni rossi di certa Inghilterra molto poco glamour.

Purtroppo la trasformazione/redenzione del suo protagonista segue un iter decisamente prevedibile e perfino lo sviluppo di sblpot che riguardano l'insegnate di canto Elizabeth (Gemma Arterton) e il figlio di Arthur e Marion (Christopher Eccleston) non aggiunge nulla alla storia.
Forse questa perdonabile banalità è il prezzo che il regista sente di dover pagare per aver turbato il suo pubblico con un inizio tanto doloroso e coinvolgente. L'esperimento, però, non riesce fino in fondo e prova ne è il pianto dirotto in cui più di uno spettatore confessa di essersi sciolto dall'inizio alla fine del film.

Tanto valeva, allora, insistere sul rapporto fra i due coniugi di vecchia data, confidando nell'interpretazione di una coppia sublime di attori.
Fra i due, abbiamo amato in particolare Vanessa Redgrave.
La temperatura emotiva del film è soprattutto nella sua performance: nell'amore per la vita che trapela dai suoi sorrisi e nella spaventata fragilità raccontata da un corpo che sembra spezzarsi.

Ma, tornando ad Amour, Una canzone per Marion non poteva esserne una copia alla Ken Loach, perché aldilà dell'amore fra marito e moglie e delle gare di canto, ciò che conta è l'analisi di una generazione che il senso del dovere e la salvaguardia delle apparenze hanno bloccato. Fortunatamente, almeno per alcuni dei suoi componenti esiste ancora una possibilità di cambiamento. E' bello che un film lo ricordi.

Una canzone per Marion
Il trailer italiano ufficiale del film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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