La recensione di Un matrimonio all'inglese

08 gennaio 2009
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Easy Virtue – presentato in concorso al Festival di Roma – è un film british che più british non si può. A dispetto di una protagonista yankee (Jessica Biel) e di un regista australiano (Stephan Elliott)

La recensione di Un matrimonio all'inglese

Un matrimonio all'inglese - la recensione

Neo sposa del giovane John (Ben Barnes), l’americana Larita (Jessica Biel) va a conoscere i suoceri, tipici gentiluomini di campagna inglesi. L’inserimento di Larita nella sua nuova famiglia non sarà affatto facile, nonostante l’immediata simpatia tra lei e il suocero silenziso e sardonico (Colin Firth), ché la madre di suo marito (Kristin Scott-Thomas) non è affatto un tipo tenero e accomodante, spalleggiata da due figlie gelose e frustrate). Il tutto sotto gli occhi di un maggiordomo disincantato e con un debole per la bottiglia.

Nonostante alcune tematiche melodrammatiche figlie del materiale di base, un romanzo di Noel Coward portato al cinema nel 1928 da Alfred Hitchcock, Easy Virtue è una commedia squisitamente british, caratterizzata da una sceneggiatura che offre dialoghi serrati e scoppiettanti e battute taglienti e sarcastiche come se piovesse. Al centro di tutto, lo scontro tra due figure femminili che travalicano la tradizionale opposizione suocera/nuora e che rappresentano anche e soprattutto due generazioni, due culture, due modi d’intendere la vita.

È indubbiamente gradevole assistere ai duelli verbali – solo in apparenza in punta di fioretto – tra la Biel e la Scott-Thomas, o tra quest’ultima e Firth, e si ride di gusto in ben più di un momento. Ma non mancano situazioni e battute meno riuscite, che – specie nella sua parte iniziale – a tratti fan sembrare il film una sorta di versione in costume e anglosassone di Ti presento i miei, con tutti i limiti del caso. Forse poi per uscire dalle retoriche formali delle commedie di questo tipo, l’australiano Stephan Elliott opta per un utilizzo delle musiche e soprattutto di alcune insolite trovate visive (vedi ad esempio l’insistenza sull’uso di specchi e altre superfici riflettenti) che possano spezzare la "convenzionalità" del resto del film. Ma questa volta le soluzione del regista di Priscilla la regina del deserto non convincono, risultando a tratti forzate e, a gusto personale, un po’ pacchiane.

Kristin Scott-Thomas è come sempre splendidamente odiosa e Colin Firth gioca bene di rimessa ed understatement. La Biel fa quel che può, di fronte a due che, in quanto a recitazione, da insegnargli ne hanno a sporte.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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