Un giorno della vita - la recensione del film

13 gennaio 2011
3 di 5

La storia, le atmosfere, i volti di Un giorno della vita, raccontano un'Italia che chi è stato bambino negli anni Sessanta ancora ricorda. In un film ambientato in questo periodo sembra inevitabile la trasfigurazione della nostalgia

Un giorno della vita - la recensione del film

Un giorno della vita - la recensione del film


E' l'estate del 1964, quella di "Sei diventata nera", della morte dell'amatissimo leader del PCI Palmiro Togliatti a Yalta (e dei funerali romani cui partecipa un milione di persone), del primo topless e della diffusione nella penisola delle sale cinematografiche parrocchiali, i cosiddetti "pidocchietti". In un paesino lucano, Salvatore, 12 anni, subisce suo malgrado i tentativi del padre comunista di imporgli la militanza nel partito. In realtà a lui interessa soltanto una cosa: l'eterna macchina dei sogni, il cinema. Con due coetanei - il figlio di un benestante e la figlia di una donna che il paese guarda con riprovazione per i suoi comportamenti "scandalosi" - ogni giorno percorre 5 chilometri in bicicletta per raggiungere il cinema più vicino, dove si imbottisce di robuste dosi dei peplum con Maciste, antenato dei moderni supereroi. Quando in città arriva La dolce vita, il film di Fellini del 1960, preceduto dagli anatemi del clero e vietato ai minori di 18 anni, Salvatore riesce a intrufolarsi alla proiezione. Ma tanto amore per il mondo in celluloide gli riserva una brutta sorpresa: dopo i furtarelli per procurarsi i soldi per il biglietto, amorevolmente coperti dalla madre, quando scopre che un proiettore a 16 mm è in vendita a 150.000 lire, pensa di portarsi il cinema più vicino a casa, e per comprarlo ruba dalle casse del Partito i soldi destinati a ben altra "missione". Da lì iniziano i suoi guai, dai quali lo toglie, alla fine, una specie di angelo custode, un giornalista interessato a raccontare la storia.

La storia, le atmosfere, i volti di Un giorno della vita, raccontano un'Italia che chi è stato bambino negli anni Sessanta ancora ricorda. In un film ambientato in questo periodo sembra inevitabile la trasfigurazione della nostalgia, che lo dipinge come epoca felice, piena di oggetti di culto ed eternamente giovane. L'ottica con cui il regista Giuseppe Papasso confeziona questa sua opera prima, però, non è prevalentemente quella nostalgica. Anche se il filtro del suo racconto è quello della fiaba, il contesto in cui questa viene rappresentata è accurato e realistico. Si capisce così quanto fosse difficile, dura e piena di contrasti l'Italia dell'epoca, un paese diviso in schieramenti netti, in "Chiese" contrapposte, che ragionava spesso per dogmi e frasi fatte, ma aveva al tempo stesso ideali profondi capaci di mobilitare masse di persone. E' questo ritratto di un paese scomparso quello che abbiamo preferito nell'ennesimo film italiano indipendente e povero di soldi ma non di idee, cui auguriamo di sfuggire alla sorte dell'invisibilità toccata ad altri suoi confratelli. Ma non è il suo unico pregio: ci sono piaciute molto le facce vere dei suoi protagonisti, dal piccolo Matteo Basso al bravissimo Pascal Zullino che interpreta il padre, ai membri del Partito e alle donne, che sembrano riprendere corporeità uscendo dalle foto in bianco e nero sui giornali dell'epoca. Ci sono piaciute le interpretazioni di un cast di sconosciuti che si integrano alla perfezione coi volti noti di attori generosi come l'irresistibile Ernesto Mahieux nel ruolo del parroco alla Don Camillo, la "mammosa" Maria Grazia Cucinotta e il sempre affidabile Alessandro Haber. E non è nemmeno impresa da poco partire da modelli dichiarati, esplicitamente citati e noti come I quattrocento colpi di François Truffaut, l'opera di Giovanni Guareschi e il Nuovo cinema Paradiso di Tornatore, per stemperarli in una storia piccola, diversa e personale senza diventare per questo pretenziosa.

Per sgombrare il campo da eventuali equivoci, Un giorno della vita non è un capolavoro o un film senza difetti, ma sicuramente vederlo ci dà una sensazione di sollievo e il piacere di scoprire che esiste un'alternativa, anche da noi, alle grosse produzioni con i soliti quotatissimi e pagatissimi attori. Protagonista assoluto della vicenda, al di là dei personaggi, è il cinema, non solo nella sua veste di creatore di emozioni e miti, ma anche in quella "strumentale": il cinema serve al prete per riavvicinare alcune persone alla Chiesa e ai comunisti per rivivere un evento che sembrava perduto per sempre. E nel finale diventa anche potente mezzo di riconciliazione famigliare. Non può che farci piacere, in questo senso, che come trama dell'ordito dei nostri sogni di celluloide Papasso metta al fianco dei film d'autore i misconosciuti classici popolari che spesso rendevano possibile, col loro grande successo, la realizzazione delle opere dei grandi registi. Accanto al nome di Federico Fellini, per una volta, fa piacere insomma rivedere quello di Tanio Boccia. In fondo, tra l'esuberanza fisica di Anita Ekberg e la possanza fisica del Maciste di Kirk Morris, il pubblico di massa del boom economico non faceva tante distinzioni: l'immaginario cinematografico è fatto di molti volti, e ce n'è uno per i gusti di ciascuno di noi.




  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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