Un gioco da ragazze Recensione

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Un gioco da ragazze - la recensione

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Un gioco da ragazze - la recensione

Un gioco da ragazze - la recensione

A fermarsi alla superficie, Un gioco da ragazze è archiviabile come un film pieno d’errori, di facilonerie, d’ingenuità. Solo in parte giustificabili con l’inesperienza del 24enne regista esordiente, Matteo Rovere.
Rovere gira bene, ma i limiti che mette in mostra sono soprattutto quelli di regia intesa come gestione dei tempi e dei modi della messa in scena e della narrazione. Ci sono poi a volte problemi di toni interpretativi e scene francamente malriuscite e pacchiane. Però.
Però sarebbe troppo facile bollare Un gioco da ragazze come l’ennesimo film italiano sbagliato, o come un altro esempio di racconto giovanile esasperato ed ammiccante (anche se in questo l’ambientazione eccessivamente alto borghese, alla Beautiful, non aiuta). Perché quello di Rovere è un film che con tutti i suoi errori ha il pregio di raccontare con coraggio una realtà (romanzata, esasperata, ma pur sempre realtà) troppo spesso semplificata e rimossa da parte della maggior parte della società. Il problema della vacuità, della mancanza di valori e di riferimenti di una certa parte della popolazione adolescente (in Italia ma non solo…) è oggi drammatico e centrale per il futuro. Come lo è altrettanto quello di una classe adulta (insegnanti o genitori) che nel migliore dei casi non hanno più alcuno strumento per comunicare con questi giovani, nel peggiore non ci provano nemmeno.
Non si scambino queste o le considerazioni di Rovere come moraliste o catastrofiche: è una chiave di lettura che fornisce un alibi troppo facile per non occuparsi di una questione scottante.
Un gioco da ragazze invece non nasconde nulla dietro un dito: la sua descrizione di certi temi è solo in minima parte esagerata per esigenze spettacolari, è cronachistica e non giudicante né morbosa, e soprattutto non cerca facili catarsi consolatorie come troppa parte del nostro cinema. Rovere porta il suo nichilismo e il suo pessimismo fino in fondo: chi è cattivo è cattivo (e vince), chi è inetto o debole resta tale, non ci sono salvezze facili, perché all’orizzonte non se ne vedono.
Il suo film ha qualcosa da dire, e il suo “messaggio” risulta persino vagamente disturbante. Per questo, con tutti i suoi tantissimi errori, nel suo essere malgestito e a volte grossolano, Un gioco da ragazze si può difendere e considerare più interessante di tanti altri film nostrani, apparentemente più corretti grammaticalmente e sintatticamente ma che o non hanno nulla da dire o dicono cose scontate, banali e reazionariamente consolatorie.

Un gioco da ragazze
Trailer del film diretto da Matteo Rovere
1855


Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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