Un gelido inverno - la recensione del film con Jennifer Lawrence

17 febbraio 2011
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C’è un’altra America. Lontana dai centri del potere, dalle luci dei riflettori, dal glamour con cui il cinema racconta le grandi città. Lo sapevamo, come sapevamo che esiste un altro cinema oltre a quello hollywoodiano, ma è bello che un film come Un gelido inverno sia arrivato a ricordarcelo.

Un gelido inverno - la recensione del film con Jennifer Lawrence

Un gelido inverno - la recensione

In un posto sperduto sugli Ozark - aspra catena montuosa degli Stati Uniti centrali che si estende tra l’Arkansas, il Missouri, l’Oklahoma e il Kansas - la diciassettenne Ree si trova in una situazione a dir poco disperata: madre catatonica, due fratelli più piccoli e un padre – trafficante di metamfetamina, droga attorno alla quale gira l’economia neanche tanto sommersa del posto – scomparso dopo essere uscito di prigione su cauzione, pagata ipotecando la casa. Lo sceriffo avverte la ragazza che se se il padre non si presenta al processo, fissato per la settimana successiva, perderanno la loro unica proprietà. Certa che gli sia accaduto qualcosa, Ree si imbarca in un pericoloso viaggio per scoprire la verità e assicurare un futuro a quel che resta della sua famiglia.  

C’è un’altra America. Lontana dai centri del potere, dalle luci dei riflettori, dal glamour con cui il cinema racconta le grandi città. Lo sapevamo, come sapevamo che esiste un altro cinema oltre a quello hollywoodiano, ma è bello che un film come Un gelido inverno, tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell (suo anche "Cavalcando col diavolo", portato al cinema da Ang Lee), sia arrivato a ricordarcelo. Ci sono sacche di povertà e arretratezza, nel cuore dell’impero, che mettono i brividi, capaci di trasformare la vita in un’esistenza senza tetto né legge, di colorare di sfumature horror la vita famigliare e di relazione. Tutto questo è reso alla perfezione da un film che è espressione migliore del cinema indipendente americano, opera seconda di una regista che ama affrontare tematiche crude e impegnate senza distogliere lo sguardo.

Ci sono scene, in questo film, che nel cinema americano mainstream non vedremo mai. Ma non si tratta di compiacimento fine a se stesso per il “brutto sporco e cattivo” o di attrazione perversa per quella parte di sottoproletariato statunitense conosciuta come White Trash, protagonista quest’anno, pur se in modo meno estremo, anche di un altro film candidato all’Oscar, The Fighter. Ogni scena “sgradevole” di Un gelido inferno è infatti presentata in un contesto che la rende autentica e necessaria. La violenza, il maschilismo (modello cui si adeguano anche le donne, in una sorta di perversa emulazione), l’omertà, i codici d’onore distorti, sono espressione di una società che non ha valori di riferimento esterni, e in cui riesce a prevalere solo chi ha la testa più dura.

Ree ha 17 anni, è molto intelligente e volitiva, e in un altro contesto avrebbe sicuramente di fronte molte possibilità. Nel suo ambiente, però, può soltanto usare le proprie qualità per cercare di scalfire il muro di silenzio che la circonda, per sfidare parenti e conoscenti pericolosi con la propria testarda determinazione. E’ una piccola eroina senza macchia e senza paura, costretta a compiti più grandi di lei. Ed è semplicemente straordinaria Jennifer Lawrence alle prese con un ruolo che richiede un controllo del registro delle emozioni, tale da spaventare un’attrice più navigata. Se l’Academy quest’anno ama gli underdog e le ragazze con le palle - come dimostrano gli altri film in competizione e la candidatura di Hailee Steinfeld – è alla Ree di Jennifer Lawrence che va tutta la nostra stima.

Ci sono momenti in cui è facile dimenticarsi che è soltanto una ragazzina: quando insegna ai fratellini a cacciare gli scoiattoli per mangiarli (!), noi che siamo cresciuti coi film di Walt Disney rabbrividiamo, e proviamo simpatia per il piccolo che si rifiuta di ripulirli dalle interiora, costretto a farlo dalla sorella. Ma è evidente che insegnargli questo, e far loro imbracciare il fucile, sono atti d’amore: l’insegnamento più importante che i bambini possono avere da una ragazza costretta a far loro da madre e  padre, è l’educazione alla sopravvivenza. Non che Ree manchi di tenerezza verso i fratelli, con i quali è affettuosa e attenta, ma è suo compito forgiarli per le prove che – inevitabilmente, sembra – si troveranno ad affrontare.  Ma che Ree sia poco più di una bambina costretta a prove più grandi di lei lo rivela lo splendido, terribile pre-finale, una scena – SPOILER – molto più difficile da guardare di quella in parte analoga di 127 ore.

Vedendo il film, non dubitiamo per un solo istante che questi personaggi siano come sono, non pensiamo mai che si tratti di attori che recitano un ruolo. E anche questo è un tributo alla capacità del cast e della regia. E’ vero che Un gelido inverno – premiato dal Sundance Film Festival 2010, dai BAFTA, dal Torino Film Festival 2010, e dall’Academy con 4 candidature – racconta una realtà sgradevole, non è consolatorio e non fa sconti, ma è un gran bel film, aspro e feroce, che chiede molto allo spettatore ma lo ripaga con gli interessi, senza scadere mai nell’autocompiacimento e nell’esercizio di stile.  Non possiamo concludere senza un plauso all’ottima interpretazione del semisconosciuto John Hawkes, alla forza di tutto il cast di contorno e alla bella apparizione di Sheryl Lee, l’indimenticabile Laura Palmer di David Lynch. Forse non è un caso che anche l’opera precedente della Granik e della sua cosceneggiatrice Anne Rosellini avesse la parola “osso” nel titolo originale: sono proprio film come questi, poveri ma belli, a costituire l’ossatura del cinema, e ci offrono l’occasione di rieducare uno sguardo viziato dalle produzioni a grosso budget, ricordandoci che esiste, sempre, un Altro e un Altrove.



 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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