Un divano a Tunisi - la recensione della commedia franco-tunisina

05 ottobre 2020
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Arriva al cinema il film che ha vinto il premio del pubblico delle Giornate degli Autori del festival di Venezia 2019, Un divano a Tunisi, opera prima al femminile sulla psicanalisi esportata in Tunisia, ispirata alla commedia all'italiana. La recensione di Un divano a Tunisi di Daniela Catelli.

Un divano a Tunisi - la recensione della commedia franco-tunisina

Si apre e si chiude con due splendide canzoni cantate da Mina, “Città vuota” (1963) e “Io sono quel che sono” (1964), l'opera prima di Manéle Labidi Un divano a Tunisi, e si tratta di una dichiarazione programmatica. Con queste sonorità anni Sessanta dell'Italia del boom, la regista intende racchiudere una storia ambientata in un momento di cambiamento nei costumi, nella morale e nella politica di un Paese che dieci anni fa (quando si svolgono gli eventi raccontati nel film), con gli eventi della cosiddetta Primavera Araba, è riuscito a liberarsi da un regime oppressivo passando a una democrazia guidata da un partito islamico moderato ma col rischio di un'estremizzazione verso il terrorismo. Questo spiega anche i personaggi del film, che iniziano a fare i conti con una nuova libertà e con l'apertura a usi e costumi occidentali decisamente troppo avanti per un Paese confuso, ancorato alle usanze del passato e diviso tra l'ansia della riscoperta dell'Es e i castranti imperativi del Super Io.

Selma è una giovane psicanalista che ha vissuto a lungo a Parigi, dove però per il lavoro che ha scelto c'è troppa concorrenza e in fondo poca soddisfazione. Decide quindi di rientrare a Tunisi, sua città natale, e di tentare un'impresa azzardata, portando con sé un divano e un ritratto di quell'antipatico di Sigmund Freud abbellito da un fez rosso. Non ha fatto i conti però con le leggi del posto: dopo un'iniziale ostilità gli abitanti del quartiere fanno la coda per potersi sfogare e parlare, nello studio all'aperto della bella Selma. Che nel suo entusiasmo non ha considerato la burocrazia locale e l'ostinazione di un affascinante ma rigido poliziotto che la rimprovera di non conoscere il Paese in cui si trova e le impone di avere tutte le carte in regola per esercitare. Alle prese con mille difficoltà, questa donna indipendente persegue con ostinazione le proprie scelte personali e professionali.

La cosa più riuscita del film di Labidi è il personaggio di Selma, in cui la regista rispecchia la propria esperienza di donna a metà tra due mondi e il modo in cui viene percepita dalla parte della sua famiglia rimasta a Tunisi. Nel paese magrebino l'indipendenza femminile è tutt'ora vista con sospetto e una donna libera, sola, che non ha alcuna intenzione di sposarsi, guida un'auto e si veste come le pare desta immediatamente diffidenza. Figuriamoci poi se esercita una pratica sconosciuta e un po' balzana come la psicoanalisi. L'attenzione della regista si concentra sulla classe media, quella più disorientata dai cambiamenti e impaurita dall'arrivo di mode importate che la generazione più giovane abbraccia invece come gesto di sfida, come da sempre succede in tutti i paesi e in tutte le culture. Vediamo così una ragazzina determinata a sposare un ragazzo gay pur di andare a vivere all'estero, il cui primo atto di ribellione è stato provare a tingersi i capelli come Rihanna. Possedere un passaporto è un simbolo di libertà per chi non ne ha mai avuto uno, e la psicanalisi, vista come un capriccio da ricchi, che Selma tenta di importare (e che non ha mai attecchito in Tunisia) dopo l'iniziale diffidenza scatena una vera e propria gara alla confessione.

È certo un film gradevole e divertente Un divano a Tunisi, che non a caso è stato premiato dal pubblico delle Giornate degli autori veneziane nel 2019, anche se mette un po' troppa carne al fuoco e non sempre riesce a toglierla in tempo. Bella e brava la protagonista Golshifteh Farahani, che in realtà è iraniana e gli spettatori italiani già conoscono per Sempre amici e per essere apparsa in Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar. Se non tutto, nella breve durata del film, è risolto, sono pittoreschi i personaggi e indovinato il finale, in cui forse Selma si concede un attimo di tregua immaginando un lieto fine che non si sa se si avvererà ma è bello pensare che potrebbe farlo, anche per una donna ribelle e padrona del suo destino come lei, poco incline ai compromessi romantici. Il modello citato esplicitamente dalla regista, le nostre memorabili commedie degli anni Sessanta e Settanta, resta però ideale e irraggiungibile, quasi un contraltare dell'idea di Selma di introdurre al popolo quella strana, dispendiosa e impegnativa pratica chiamata psicoanalisi.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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