Un castello in Italia - la recensione del film di Valeria Bruni Tedeschi

21 maggio 2013
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Come già accaduto nel precedente Attrici, anche nel suo terzo film da regista Valeria Bruni Tedeschi mette in scena una storia che contiene forti elementi di autobiografismo.

Un castello in Italia -  la recensione del film di Valeria Bruni Tedeschi

Come già accaduto nel precedente Attrici, anche nel suo terzo film da regista Valeria Bruni Tedeschi mette in scena una storia che contiene forti elementi di autobiografismo.
Un castello in Italia è infatti assieme storia d’amore (tra la regista e attrice e quello che è stato realmente il suo compagno per qualche tempo, Louis Garrel) e saga di una famiglia che, per storia e struttura, ricorda da vicinissimo quella dell’autrice: tanto che sua madre nel film è anche sua madre nella vita e che il cognome Rossi Levi è chiara parafrasi di Bruni Tedeschi. Un tempo ricchissimi, i Rossi Levi, madre e due fratelli, sono a corto di soldi e devono vendere il loro bellissimo castello appena fuori Torino. Il tutto mentre il personaggio di Valeria, ex attrice, è alle prese con la tormentata storia d’amore con quello del giovane attore di Garrel, e quello di suo fratello (interpretato da Filippo Timi) lotta contro l’AIDS attraverso una vitalità ostentata e isterica.

Girato in parte a Parigi, in parte in Italia, diviso tra due storie e due registri, Un Chateau en Italie è un film vagamente schizofrenico, incerto nella direzione da prendere nel nome di un’omnicomprensività figlia di eccessiva ambizione. È evidente, infatti, che Valeria Bruni Tedeschi abbia cercato da un lato la commedia e dall’altro il dramma, esasperandoli attraverso la frivolezza esasperata e carica di vezzi da un lato, il pathos pacato e molto intellò dall’altro.

Bruni Tedeschi si agita e si affanna, sullo schermo come dietro la macchina da presa, contagiata dal demone dell’iperattivismo e dell’horror vacui dell’immagine del sonoro, accompagnando la narrazione con una colonna sonora invadente e spesso ruffiana.
I suoi obiettivi sono tanti, troppi, confusi e sovrapposti, e la regista si affanna col sorriso stampato sulle labbra ad inseguirli tutti senza tregua. Un sorriso vagamente nevrotico e figlio del benessere, cui fa da contraltare l’ombrosità malevola e vagamente lubrica di Filippo Timi, che gioca a fare l’orco (anzi, il Barbablù) anche quando non gli sarebbe realmente richiesto. In mezzo, il disinteresse insipido e blasé di Garrel, lo spazio troppo esiguo dato a Céline Sallette, la sorniona solidità della mamma della regista.

Parla di Checov, Valeria Bruni Tedeschi, di riferimenti cinematografici alti. Ma il suo cinema, basato sulle smorfie e sull’andare costantemente sopra e sotto le righe, deve ancora trovare una strada meno ondivaga e più concreta. E Un Chateau en Italie è un film evanescente, impalpabile allo sguardo, ornamento di un contenuto poco interessante ed embrionale quando non assente.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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