Ultimatum alla Terra - recensione del film con Keanu Reeves

11 dicembre 2008
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Nel remake del classico di Robert Wise, l'alieno interpretato da Keanu Reeves sbarca sul pianeta Terra per salvarlo dai suoi abitanti. Derrickson vira in chiave eco-sostenibile la storia originale e la declina secondo parametri obamiani.

Ultimatum alla Terra - recensione del film con Keanu Reeves

Ultimatum alla Terra - la recensione

La qualità di un film di genere spesso (anche se non sempre) si misura anche in base alla portata delle metafore e dei simbolismi che consciamente o inconsciamente vengono messi in scena. Nel caso di Ultimatum alla Terra - il remake di Scott Derrickson dell’omonimo caposaldo della fantascienza classica firmato da Robert Wise nel 1951 – un ragionamento del genere sarebbe errato, perlomeno in parte, dato che ben poco viene lasciato al sottotesto.

Se nel film di Wise l’ultimatum dell’alieno Klatuu, sbarcato sulla Terra, era riferito alla guerra ed ai conflitti caldi e freddi che ferivano l’umanità ed il pianeta, oggi Derrickson vira la storia verso una chiave più ampia, che passa ovviamente dalla perversa tendenza alla conflittualità che pare caratterizzare la nostra specie ma tocca anche tematiche come l’ecologia e quello che viene definito “sviluppo sostenibile”: nelle parole esplicite dell’extraterrestre che ha le fattezze rigide e appunto aliene di Keanu Reeves, nel cosmo sono troppo pochi i pianeti che permettono lo sviluppo e la proliferazione di forme di vita. Troppo pochi per lasciare che una sola specie suicidi sé stessa portando con sé la Terra.

Il quadro per Derrickson è chiaro, e giunge ulteriormente enfatizzato dagli eventi di cronaca politica, bellica ed economica degli ultimi mesi: viviamo una crisi profonda, trasversale, che tocca tematiche contingenti così come altre esistenziali e morali. E, come sottolineato anche dal Presidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama, tanto più la crisi è profonda tanto più deve diventare lo spunto per una rifondazione del nostro modo di vivere nel e con il mondo. Una scommessa rischiosa e cruciale per il futuro, riguardo la quale Derrickson evita di pronunciarsi, attraverso un finale aperto che lascia tutto nelle mani dei personaggi del film e di noi spettatori.

Rinunciando in larga parte alle potenzialità più puramente spettacolari ed effettistiche che il format fantascientifico gli concedeva, e concentrandosi sul rapporto tra Klatuu, Helen ed il piccolo Jacob, il regista batte su un tema che sempre più spesso è centrale in molto cinema contemporaneo: la rifondazione, la ricostruzione di un sistema migliore su nuove basi, non può e non deve essere delegata alle macrostrutture, ai poteri dominanti, ad uno status quo che non vuole o non può agire come sarebbe necessario. L’investitura di responsabilità è tutta rivolta al livello micro, ai singoli, alle loro azioni. Non a caso non sono la forza, né Bach, né le preghiere, né i discorsi liberal e illuminati a far cambiare idea all’alieno del film, ma la ricomposizione della frattura fino a quel momento sempre presente tra Helen e il figliastro.

Democrazia sì ma partecipativa, etica del vivere quotidiano, empatia e moralità. In questo risiede la speranza per il domani.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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