Tusk - la recensione del film horror/comedy di Kevin Smith

21 ottobre 2014
2.5 di 5
12

Lassù in Canada, dove i trichechi incontrano gli uomini. O viceversa.

Tusk - la recensione del film horror/comedy di Kevin Smith

Te lo immagini, Kevin Smith, alle prese con la scrittura prima e le riprese poi di un film come Tusk. Te lo vedi ridere divertito della sua stessa follia, della sua nerditudine, intrecciare compiaciuto la commedia e l'horror, la logorrea che l'ha reso celebre e il linguaggio muto dello shock visivo e dell'effetto speciale.
Che quel divertimento puramente ludico sia riuscito a essere trasposto sullo schermo, però, è tutto un altro paio di maniche.

Nato per gioco da un podcast che commentava un'annuncio su un giornale che in realtà era uno scherzo, Tusk è il film dove Smith ha provato a applicare la sua giocosa idea di cinema a un genere che ancora mastica con qualche difficoltà come l'horror, e per di più a un horror che sembra essere la versione demenziale, ma non per questo a tratti meno disturbante, di The Human Centipede.
Non è un mistero, infatti, che il protagonista Justin Long, nei panni di un fastidioso podcaster costantemente in cerca di storie assurde da mettere alla berlina, finisce nella casa di un vecchio marinaio che ha girato il mondo, il cui scopo occulto è quello di trasformare fisicamente delle vittime nell'animale per il quale prova una vera e propria venerazione: un tricheco.

Paradossalmente, ma forse non troppo, nella miscela tra umorismo & ironia e tensione & disgusto, Tusk risulta poco incisivo proprio nelle prime.
Forse preoccupato di risultare convincente per gli amanti del genere, Smith costruisce con discreto mestiere le parti che vedono Long alle prese con il suo aguzzino (un bravo Michael Parks), e riesce a suscitare un certo fastidio con il procedere delle operazioni che il secondo impone al primo per compiere l'agognata mutazione. Certo, si appoggia saldamente a tutta una serie di luoghi comuni un po' scontati, ma lo fa col candore privo di vergogna di chi di stare ancora imparando, e di chi sta comunque proponendo una versione disincantata e ultraironica dell'horror.
Un po' sciatte e scarsamente efficaci, invece, sono le parti più puramente leggere, quelle in cui la verve dialoghistica e umoristica di Smith dovrebbe avere la meglio: le ironie sul Canada e i canadesi sono piatte e banali (con la parziale eccezione di un dialogo tra il protagonista e un agente della dogana), inutile il triangolo tra Long, il collega Haley Joel Osment e la bella Genesis Rodriguez, forzato il cammeo macchiettistico di Johnny Depp nei panni di uno stralunato e idiosincratico investigatore québécois che permette il “salvataggio” finale di Long.

In un panorama del genere, dove vengono comunque a mancare scarti e picchi in grado di sollevare significativamente l'interesse, inutile stare a cercare sottotesti più letterali di quelli che Smith ha dovuto più che voluto appiccicare al suo film: l'animalità dell'uomo, la sua natura egoista e crudele, e compagnia cantando.
Perché il ragazzone del New Jersey, questo gli va di certo riconosciuto, è sempre stato l'autore dell'immediatezza e della totale trasparenza d'intenti: quello che i suoi film vogliono fare e dire, lo vedi subito, sta tutto lì davanti agli occhi, e non hai bisogno di interpretazioni o elaborazioni di alcun tipo. E a volte il tutto riesce bene, altre meno.



Tusk
Primo trailer, versione originale


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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