Truman - Un vero amico è per sempre: la recensione del film

19 aprile 2016
2.5 di 5
9

Premiatissimo in patria, arriva nelle nostre sale un film sospeso tra dramma e commedia, tra malattia terminale e amore per i cani.

Truman - Un vero amico è per sempre: la recensione del film

Bisogna proprio dirlo: il combinato disposto tra “film col malato terminale” e “film col cane” era da far tremare le vene ai polsi. E in effetti, le vene tremano, all'inizio di Truman – Un vero amico è per sempre, quando appunto capisci che ci son cancro e quadrupedi, e quando ad accompagnare queste scoperte (e gli spostamenti di un Javier Cámara un po' intontito, che lascia Canada e famiglia all'alba per arrivare a Madrid dall'amico Ricardo Darin) c'è una chitarrina sdolcinata e melensa.
E però bisogna anche riconoscere qualcosa, a Cesc Gay: che nonostante le premesse, e nonostante firmi un film che è esplicitamente basato su un grande ricatto morale (“ma quale ricatto morale!”, gridava al telefono Fabrizio Bentivoglio un quarto di secolo fa), tutto sommato non sbraca mai.

Il regista catalano ha anche trovato due attori perfetti per costruire una coppia d'amici tanto paradigmatica quanto stereotipata: da un lato il Tomás di Cámara: il bravo ragazzo, quello mite, quello generoso, quello con la famiglia, quello che si prodiga; dall'altro il Julián di Darin: l'attore donnaiolo e scapestrato, quello sopra le righe e oltre la legge, quello dinamico.
Un tumore, alla fine, non fa altro che estremizzare un po' (ma anche moderare, con un movimento a fisarmonica) i rispettivi caratteri e le dinamiche di una vita tra i due: e in fondo è anche giusto così, perché si è quel che si è anche di fronte alla morte, e le ipocrite conversioni sulla via di Damasco possono valer qualche fazzoletto in più, ma vuoi mettere con la forza sobria della coerenza?

Così, ecco che Gay (che chiaramente si rispecchia nel personaggio di Cámara, il cui punto di vista è anche quello di noi spettatori) un po' concede alla pietà e un po' invece tira il freno e non eccede: non è perché sei malato che te ne devi approfittare. Anche perché alla fine questo gioco del bastone e della carota è funzionale all'arrivo al traguardo di un film che ti vuole portare lì, per forza. Ricatto morale.
Lo sa anche Tomás dove lo vuole portare Julián, lo sa benissimo e fa finta di non saperlo. Non dice niente, perché Truman è un film sull'amicizia al maschile, che si suppone essere silente, e fa finta di farsi trascinare su e giù per tutte le tappe obbligate del calvario che – tutto sommato – è più suo che non dell'amico terminale: il medico, le pompe funebri, i saluti sul lavoro, il viaggio ad Amsterdam sulle tracce di un figlio che non dice nulla nemmeno lui (è maschio, d'altronde), l'ultima cena con la cugina arrabbiata di Julián (la maliarda Dolores Fonzi) che lo guarda in cagnesco ma che, alla fin fine, lo farà suo con rabbia e disperazione.  

Ah, già, c'è anche il cane. Terzo incomodo e eredità ingombrante, personaggio simbolico e metaforico che non riesce a reggere il peso di tanta responsabilità. Perché va bene il non detto, ma – guarda un po' – Gay trova la combinazione giusta tra parola e silenzio, azione e reazione.
Un cane non parla, ma due amici sì, per quanto a monosillabi. Per non parlare di quel che possono (non) dirsi un padre e un figlio che stanno salutandosi per l'ultima volta. Non è che dobbiamo dire e dirci proprio tutto, elencare le nostre eredità a ogni costo, snocciolare i nostri lasciti in ogni dove.

E i discorsi sulle cure? E la possibilità dell'eutanasia? Quelli, per fortuna, stanno in qualche altro film. Quasi sempre.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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