Transformers 3 - la recensione del film di Michael Bay

28 giugno 2011
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C’è una battuta, in Transformers 3, che è in grado di contenere nelle sue poche parole tutto il senso e l’ideologia del film e del cinema tutto di Michael Bay.

Transformers 3 - la recensione del film di Michael Bay

Transformers 3 - la recensione

C’è una battuta, in Transformers 3, che è in grado di contenere nelle sue poche parole tutto il senso e l’ideologia del film e del cinema tutto di Michael Bay.
La pronuncia il personaggio di John Malkovich, bizzoso capo della corporation aerospaziale presso cui trova lavoro il Sam di Shia LaBeouf. Durante il colloquio d’assunzione, Malkovich si distrae perché vede una delle sue dipendenti bere il caffè da una tazza rossa. Va su tutte le furie, perché quello “è il piano giallo”, tutto è di quel colore e la cosa non va bene: “è un tradimento visuale, e quindi viscerale.”
In quel momento, Malkovich è Bay. Perché per Bay tutto è e deve essere visuale.

Curioso, e persino paradossale, che a rivelare la natura di un film unicamente visuale sia una battuta del copione. Di quel copione che tanti problemi aveva causato al secondo capitolo della serie. Bay ha evidentemente fatto tesoro di quell’esperienza: aveva detto che si sarebbe riscattato e dal suo punto di vista l’ha fatto eccome.
Lo avevano criticato per problemi di sceneggiatura? E lui mostra che della sceneggiatura può fare del tutto a meno, che il suo film è pura esperienza sensoriale.
Dicevano (e chi scrive era tra questi) che, in assenza dell’azione, riempiva l’horror vacui che lo caratterizza con parole vuote? E lui sostituisce – per quanto più gli è possibile – le parole vuote con la continua sinfonia opprimente del clangore meccanico-digitale.

Bay oramai è oltre. Sfotte lo spettatore con un prologo persino interessante, che lega la saga dei Transformer allo sbarco dell’uomo sulla Luna, alla Storia, e subito dopo fa quello che sa fare senza curarsi troppo della narrazione, della storia: mostra corpi e superfici.
Che sia il posteriore di Rosie Huntington-Whitley che sale le scale in mutande come in un (suo) video di Victoria’s Secret o (meglio ancora) lo scintillio mutante e tecnologico di uno dei suoi Autobot. Mostra il loro movimento e la loro eventuale distruzione, senza curarsi troppo del sentimento o dell’umanità che i personaggi si portan dietro.

Di più. È evidente che Bay ama solo una categoria di personaggi, tra tutti quelli del suo film. Ama quelli che provengono dal pianeta Cybertron, (ecco) perché con loro con loro sa relazionarsi.
Bay non sa più cosa farsene dei personaggi umani, la loro fisicità concreta e analogica è un limite fastidioso, perché una volta mostrati in deshabillé o elegantissimi a fianco di lussuose auto tirate a lucido, sono quasi un impiccio da sopportare. Lo dimostra la nonchalance quasi liberatoria con la quale mostra la morte dei singoli nel corso delle scene di distruzione di massa.
Lo dimostra la goffaggine con cui è ad esempio costruito il rapporto tra Sam e la sua nuova compagna, dal quale non trapela nemmeno la metà del sentimento che invece è evidente in quello tra Sam e Bumblebee. Perché, anche il quel caso, Sam diventa Bay.

E allora ecco il vero motivo per cui Transformers 3 si trascina rutilante per 157 minuti nonostante l’esile essenzialità del suo canovaccio e del suo copione.
Michael Bay oramai considera parole e trama come tradimenti visuali, e quindi viscerali. Michael Bay ha esplicitamente dichiarato il suo amore per ciò che il suo sguardo ha creato, e come ogni innamorato non vorrebbe mai abbandonare l’oggetto del suo desiderio, non vorrebbe mai perderlo di vista.
A modo suo, Michael Bay si è superato.

Transformers 3
Il full trailer italiano del film


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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