Tracks: la recensione del film di John Curran con Mia Wasikowska

29 agosto 2013
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Nel 1975 una ventenne australiana, Robyn Davidson, decise di portare a termine un’impresa tanto ardua da apparire a molti impossibile: partire dal cuore dell’Australia e percorrere a piedi i 2700 chilometri di deserto che la separavano dalla costa occidentale

Tracks: la recensione del film di John Curran con Mia Wasikowska

Nel 1975 una ventenne australiana, Robyn Davidson, decise di portare a termine un’impresa tanto ardua da apparire a molti impossibile: partire dal cuore dell’Australia, Alice Springs, accompagnata solo dal suo cane e da quattro cammelli per trasportare il necessario, e percorrere a piedi i 2700 chilometri di deserto che la separavano dalla costa occidentale del paese, bagnata dall’Oceano Indiano. Raccontò la sua impresa sul National Geographic, che ne finanziò la spedizione, e successivamente in un libro autobiografico divenuto un best seller internazionale.
Quel libro, oggi, è un film.

Con Tracks John Curran (che è il regista de Il velo dipinto, tanto per chiarire subito di chi parliamo) ha riproposto la storia della Davidson in chiave piuttosto pedissequa, aggrappandosi a una protagonista solida come Mia Wasikowska e alla forza evocativa dei panorami naturali che sono presenza costante nel film, tanto da poterli considerare un vero e proprio attore della narrazione.
L’operazione, indubbiamente, è lecita, ma il risultato non va molto oltre quello di un tipico polpettone in stile “bravi gli artisti, belle le vedute” con il quale accompagnare il tè e i biscottini del pomeriggio.

I limiti più ingombranti del film di Curran stanno tutti nella semplificazione delle motivazioni della sua protagonista, ridotte da un lato al senso di fastidio provato quelle che lei stesso definisce i limiti de “la sua generazione, il suo genere e la sua classe sociale”, dall’altro ad una storia familiare complessa, con madre suicida e padre amante della solitudine e della natura come lei.
Ma, ancor di più, i limiti stanno nell’incapacità di Tracks di farsi qualcosa di più di una ricostruzione cronachistica un po’ patinata, sprecando quasi del tutto le potenzialità legate alla dimensione mitica e interiore dell’avventura che racconta.
Curran, violando in qualche modo lo spirito stesso dell’impresa dell’australiana, procede con una ridondanza che si esprime attraverso una sovrabbondanza visiva e sonora (la colonna sonora è di rara invadenza) che nega qualsiasi possibilità evocativa del Viaggio, impedisce qualsiasi forma di trascendenza relativa alla sfida fisica e psicologica con sé stessi limitandosi ad una registrazione necessariamente posticcia di un evento storico.

Ci prova, Mia Wasikowska, a metterci del suo. Con il suo talento e con la sua voglia di sporcarsi con la terra e con il sangue e di andare, anche lei, oltre i suoi limiti. Ci prova, ed è per questo ancor più deludente che le barriera dell’estetica piatta di Curran (ché di etica non è il caso di parlare) riesca a contenerla e normalizzarla.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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