Torno da mia madre: recensione della commedia francese sulla generazione boomerang

22 agosto 2016
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Un duetto madre figlia con Josiane Balasko e Alexandra Lamy dirette da Eric Lavaine.

Torno da mia madre: recensione della commedia francese sulla generazione boomerang

I sociologi l’hanno chiamata generazione boomerang. Sono i quarantenni che tornano indietro, in famiglia, dopo aver provato la vita da soli, in qualche caso una (momentanea) stabilità professionale, salvo essere respinti con perdite dalla crisi economica o coniugale. Alcuni con la valigia mai disfatta invocando una breve pausa rigenerativa, altri con rassegnazione. Un fenomeno che non è sfuggito all’occhio attento del cinema francese, che a inizio secolo ci aveva già divertito con gli eterni adolescenti che non volevano lasciare le comodità famigliari di Tanguy.

In Torno da mia madre di Eric Lavaine incontriamo Stéphanie (Alexandra Lamy, per undici anni partner di Jean Dujardin), quarantenne rampante costretta a tornare a vivere con la madre vedova, la sempre esilarante Josiane Balasko. L’accoglienza è festosa, la quotidianità naturalmente procura piccoli o grandi incomprensioni, che alimentano una prima parte divertente che punta sulla comicità; quando arriverà anche il resto della famiglia per trascorrere una cena tutti insieme esploderanno le (consuete) questioni irrisolte da anni, sviluppando un’analisi non banale sulla ricerca della felicità attraverso le fasi della vita.

Torna da mia madre, infatti, non è solo una catarsi nell’universo misterioso noto come famiglia, con più o meno riuscite situazioni comiche o danni collaterali; senza diventare un trattato sociologico racconta con intelligenza un fenomeno che coinvolge oltre 400 mila francesi, e ancor più italiani e europei del sud, che al contrario della generazione Tanguy non scelgono la propria situazione, nemmeno in parte. Sono già sconfitti, e feriti attaccano alla cieca, con il terrore di esporre le proprie fragilità, anche nei confronti di chi le accoglierebbe con slancio propositivo. Del resto quanti di noi ripetono come mantra che “i genitori li amo, ma un fine settimana è il massimo per non diventare matti”. Stato d’animo che racchiude tutte le ambiguità della famiglia: sede ultima di regolamenti di conti, non detti e rimpianti.

In questo microcosmo è l’anziana madre l’unica a vivere la vita con leggerezza e a godersi una vita sessuale soddisfacente. Il paradosso è che deve mantenerla segreta, per paura della reazione delle figlie, visto il peso delle convenzioni della nostra società, che ha la tendenza a rifiutare ai genitori in là con gli anni una vita sessuale. Nonostante l’età, è sempre la madre la più aperta e moderna, barcamenandosi in una doppia vita e rivendicando felicità e leggerezza come priorità. In fondo il nervo scoperto di questi figli è l’incapacità di superare la segretezza naturale che regolava il loro rapporto con i genitori nel momento dell’abbandono della casa per costruirsi una vita adulta. Sembrano cristallizzati in un’eterna adolescenza, negando intimità e condivisione a un rapporto che con gli anni non è evoluto.

Il regista Eric Lavaine si affida alle due protagoniste per regalare alcuni momenti francamente esilaranti, come il tentativo disperante della figlia di insegnare alla madre a usare email e social network, in una sfida di alfabetizzazione digitale che rimanda ai giochi di parole dell’immortale lettera di Totò e Peppino alla malafemmina.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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