Tolo Tolo, la recensione

30 dicembre 2019
3.5 di 5
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Poteva fare quel che voleva, l'uomo più potente del cinema italiano. Poteva lisciare il suo pubblico, e invece lo sferza proprio lì dove, raccontano la cronaca e la politica di questi anni, fa più male.

Tolo Tolo, la recensione

Se c'è oggi uno che, nel cinema italiano, può fare quello che vuole, e lo fa, quel qualcuno è Checco Zalone.
Non solo, come notato da qualcuno, perché in un film dove i soldi vengono da Mediaset fa apparire solo personaggi e trasmissioni televisivi di La 7. Ma perché, proprio perché può e fa quello che vuole, invece di lisciare il suo pubblico, o di riproporgli solo una nuova variazione sul tema dell'Arci-italiano degli anni Duemila, gli sbatte in faccia un film dove si parla dei temi più spinosi e caldi dei nostri tempi: l'immigrazione, il razzismo, l'intolleranza.
Usando perfino la parola con la effe; quella che per qualcuno si usa troppo e per altri troppo poco: fascismo. Quel fascismo che sta dentro ognuno di noi, racconta Zalone, e che esce fuori - nel caso di Checco come una vera e propria possessione mussoliniana - come la candida: quando siamo in difficoltà, sotto stress. O di fronte a differenze culturali che non sappiamo bene come maneggiare.
Dopo quattro anni di silenzio, era inevitabile che nella fotografia zaloniana degli italiani entrassero anche queste questioni: a maggior ragione considerando che questo film nasce in collaborazione con Paolo Virzì.
Pur non essendo mai aggressivo, moralista o moralizzatore, e volgare, questa volta Checco è meno candido (ma forse sotto sotto più buono); e il film più provocatorio, grottesco, acido. Perfino più cattivo. Raccogliendo così davvero al meglio l'eredità della commedia all'italiana, e del Sordi citato a più riprese come modello: facendo una commedia capace di ritrarre gli italiani nei loro peggiori aspetti ma senza mai blandirli, o tantomeno rassicurarli, come è avvenuto dagli anni Ottanta in poi.

Il Checco di Tolo Tolo non è più quello che sogna il posto fisso: è l'imprenditore sognatore e un po' cafone che dice alla madre di essere nato per assistere e non per essere assistito, quando la donna lo prega di far domanda per il reddito di cittadinanza. Che all'estero ci va non perché costretto, ma per evadere - letteralmente - dalle tasse. Per poi affrontare da migrante il viaggio di ritorno in Italia al seguito di nuovi amici, ma per amore, oltre che per la speranza di una nuova identità (fiscale, prima di tutto): il suo è "il Grande Viaggio per estinguere il debito".
Da lì in avanti, Zalone racconta con leggerezza e intelligenza le grandi tragedie dei nostri tempi: le traversate del deserto, le detenzioni in Libia e le relative violenze, i barconi, i naufragi e i porti chiusi. Lo fa come in una favola spensierata, capace però di colpire nel segno, tra le righe ma nemmeno troppo, in più di una occasione, senza risparmiare né risparmiarsi nulla.
E non si pensi però che, oltre che per intolleranze e razzismi, Zalone non ne abbia anche per i buonismi e le retoriche di certa sinistra fatta di anime belle e frasi fatte: all'egocentrico giornalista francese bo-bo che incontra lungo il cammino, che gli racconta di aver visto le povertà di tutto il mondo ma mai nessuno così povero come quelli che "hanno solo i soldi", Checco risponde nell'unico modo possibile: con un bel vaffanculo.
Ne ha perfino, a modo suo, per il mito di Kennedy, quando arringa gli amici migranti dicendo: "Non chiedete cosa possa fare il mio paese per voi: un cazzo, non può fare un cazzo."

La camicia di Armani, i pinocchietti Ralph Lauren, il borsello Louis Vuitton e i mocassini Prada cedono il passo ad abiti da beduino, ma Checco rimane sempre quello che ritiene più spaventoso un F24 di un F-16, e che implora il bambino Dudù di non pagare mai un acconto Iva. Che preferirebbe sbarcare a Portofino o a Capri, invece che a Vibo Valentia. Che perfino dei momenti più critici, non rinuncerebbe mai all'acido ialuronico della sua crema antirughe, "ABC di ogni società civile".
Alla sua superficialità così sfacciata e ignorante (è uno che al bambino, mentre disegna dice "E chi sei tu, Neruda?"), si contrappone però l'assoluta refrattarietà a ogni forma di razzismo, per lui apparentemente incomprensibile - a parte una sacrosanta allergia all'afro-pizzica, perché ogni contaminazione ha un limite.
E non solo per amore, o perché "la gnocca salva l'Africa", ma perché in fondo noi italiani siamo così: e il fascista che abbiamo dentro emerge solo quando siamo in difficoltà, non certo di fronte ad amici o a bambini che hanno la pelle diversa dalla nostra. E gridare "prima gli italiani" serve solo a farsi applaudire in tv, per far soldi o guadagnare voti.

Ai bivi tra destra o sinistra, Africa o Italia, cinismo o buonismo, Tolo Tolo tira dritto per la sua strada, si prende rischi, a volte inciampa ma si riprende subito, tra avventure rocambolesche e surreali, momenti slapstick verbali e geopolitici, naufragi che si tramutano in scene acquatiche alla Esther Williams, un personaggio femminile tosto e moderno (e che lascia Checco e lo spettatore alle prese con un dubbio, riducendo a dettaglio una questione su cui altri avrebbero costruito un film intero), e un finale che mette assieme meta-cinema, mescolanze cartoon-live action alla Mary Poppins e canzoni in stile Zecchino d'oro ma col marchio Zalone.
Con Checco che procede con caparbietà e momenti esilaranti nel raccontare il viaggio che porta verso una nuova Italia, dove la Nazionale di calcio e perfino il Papa potrebbero (e forse dovrebbero) essere neri. Perché in fondo quelli che arrivano qui, racconta Zalone, sono come noi. Bianchi, neri o di qualsiasi altro colore, tutti fratelli nell'evitare di versare i contributi dell'Inps.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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