To the Wonder - la recensione del film di Terrence Malick

02 settembre 2012
2.5 di 5
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Terrence Malick prosegue sul sentiero estetico-tematico intrapreso con The Tree of Life (e anche prima), guardando però più all’amore, sentimentale e spirituale.

To the Wonder - la recensione del film di Terrence Malick

Già riflettendo sul precedente The Tree of Life lo avevamo detto.
Terrence Malick, oramai, ha estremizzato talmente il suo stile, spogliandolo oltre tutto sempre più da ogni orpello tradizionalmente narrativo, da aver fatto del cinema una trasposizione per immagini della suggestione estetica e linguistica della poesia.
Lo stesso, con uno spostamento di mira lieve ma significativo dal punto di vista tematico, avviene anche in To the Wonder.

Se The Tree of Life era un magniloquente e omnicomprensivo affresco filosofico ed esistenziale, qui il regista americano restringe (a suo modo, e quindi con forte relatività) il suo campo d’osservazione concentrandosi sull’Amore: tanto quello umano, romantico e sentimentale quanto quello trascendente e spirituale.
Fortemente legato ad una visione cristiana, To the Wonder lavora in maniera fortemente ellittica ed anti-narrativa, seppur meno ermetica rispetto a quanto fatto nel film del 2011, incentrando tutto il suo racconto sull’amore che nasce (?) e che muore (?) tra i personaggi di Olga Kurylenko e Ben Affleck e tra quello di quest’ultimo e Rachel McAdams, piazzando sullo sfondo le vicende, solo in apparenza marginali, di un prete in crisi di fede che ha il volto di Javier Bardem.

I personaggi di Malick roteano, si muovono, sono silenti, sussurrano in voice over, sono piazzati nel mezzo di splendidi scenari naturali o da essi intervallati, secondo suggestioni che vanno dal puramente estetico all’oscuramente metaforico senza alcuna soluzione di continuità.
Trascinati dal flusso del cinema malickiano e della vita, s’interrogano per conto del regista sui temi del film, esasperando tutto il loro smarrimento attraverso l’elegante caoticità del tutto.
Di risposte, Malick, non ne suggerisce, se non forse attraverso il ricorso ad un altro flusso: quello della Natura. Al cambiare delle stagioni, alla rinascita della primavera, all’immutabilità silenziosa del mondo animale, all’alzarsi e abbassarsi della marea.
Ma anche la Natura, come capiamo dalle attività svolte dal personaggio di Ben Affleck, è malata, avvelenata. E allora la palla, avvelenata anch’essa, torna all’uomo.

Tutto giusto, tutto bello. Ed è innegabile la bellezza visiva di To the Wonder. Ma l’impressione è che, nel replicare uno stile (di regia e di ragionamento) tanto unico ed esasperato, Malick sia scivolato nella maniera. E che, nel riproporre interrogativi comunque già tangenzialmente esplorati, sia diventato anche eccessivamente autoreferenziale e ombelicale. Come testimoniano alcune linee di dialogo la cui retorica è, francamente, ai limiti del risibile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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