Time: recensione del documentario su Amazon Prime Video

15 ottobre 2020
3 di 5

Presentato al Sundance e in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma, il documentario diretto da Garrett Bradley è disponibile in streaming su Amazon Prime Video dal 16 ottobre.

Time: recensione del documentario su Amazon Prime Video

To do time, in inglese, vuol dire essere in prigione. Trascorrere il tempo della propria condanna in carcere. Dopo aver tentato di rapinare una banca, dopo che un finanziatore si era ritirato all’ultimo e lui stava per avviare un’agognata impresa commerciale, Robert Richardson è stato condannato a sessant’anni, senza la condizionale. Sua moglie Sibil, che aveva partecipato alla rapina, ne ha scontati tre, e poi è uscita. E per vent’anni circa, oltre a crescere i suoi sei figli, e a rifarsi una vita e costruirsi una carriera onesta, ha lottato perché anche a suo marito, all’uomo che ha amato dall’età di sedici anni, venisse concesso uno sconto di pena. Di quella pena così punitiva ed esagerata.
Il riferimento contenuto nel titolo di Time, che è il documentario presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020 e disponibile in streaming su Amazon Prime Video dal 16 ottobre che racconta la storia di Sibil, è quindi almeno duplice: si riferisce alla condanna fuori misura di Robert così come al tempo che è trascorso, e la vita che è passata, da quando è finito in prigione.

Vent’anni. “Vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più,” cantava il Principe De Gregori.
In vent’anni Sibil ha rivoluzionato la sua vita e si è trasformata in una donna di successo. In vent’anni i suoi figli sono cresciuti e diventati adulti senza un padre.
Per vent’anni ha lottato strenuamente per riportare in libertà il marito, e contro quella che chiama una nuova forma di schiavitù, dichiarandosi quindi un’abolizionista.
Della massiccia incarcerazione della popolazione afroamericana come schiavitù parlava anche Ava DuVernay nel suo XIII emendamento. E Time affronta molti degli stessi temi al centro del film di DuVernay. I modi e i toni sono però completamente differenti, e nuovi rispetto a molti documentari analoghi che mirano primariamente all’indignazione dello spettatore.

Mescolando filmini familiari dei Richardson e riprese effettuate dal team del regista Garrett Bradley, e piani temporali, e virando tutto al bianco e nero, e concentrandosi su una vicenda privata e sentimentale dalla quale emerge spontaneamente, e mai in maniera dettata e forzata, una dimensione sociale e universale, Time lavora prima di tutto sull’empatia, e sulla dolcezza, sulla vicinanza a Sibil e l'adesione alle sue difficoltà come alla sua determinazione.
Con attento lavoro di regia e montaggio - e con qualche eccesso patetico in una colonna sonora troppo presente - Time spinge lo spettatore non contro qualcosa o qualcuno (nello specifico, le ingiustizie del sistema legale e carcerario statunitense), ma verso qualcuno. Verso Sibil e la sua famiglia, i suoi figli e la sua lotta, e verso Robert.
Verso, è il caso di sottolinearlo persone che hanno commesso un reato, ma hanno pagato, e anche troppo, per il loro errore.
Mi pare un dato fondamentale, in un film che ha molti altri pregi e che è capace di grande coinvolgimento empatico ed emotivo. Fondamentale in tempi come i nostri, in cui per errori - grandi ma anche piccoli, reali ma persino presunti - si rischia di venir messi alla gogna e di subire ostracismi e cancellazioni sociali, in barba a ogni progressismo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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